Uccise Max Costantini, chiede la grazia

L’avvocato del giovane marocchino scrive a Mattarella: «È molto malato, va tutelato il principio di umanità della pena»
TERAMO. E’ il principio di umanità della pena, quello più volte sancito dalla Costituzione, che muove la domanda di grazia per Mounaim Diab, il giovane marocchino condannato a 15 anni per aver ucciso il 69enne artigiano teramano Max Costantini. Quattordici coltellate, si è sempre difeso davanti ai giudici, sferrate nel tentativo di respingere delle presunte avances sessuali dell’uomo.
A firmarla è il suo difensore, l’avvocato Gennaro Lettieri che, in quelle undici pagine già all’esame del presidente Sergio Mattarella e del ministro della giustizia Andrea Orlando, asciuga ogni retorica istituzionale partendo da un presupposto giuridico imprescindibile: impedire che la pena si risolva in un trattamento inumano e degradante. Senza dimenticare o giustificare.
Perchè Mounain, che oggi ha 27 anni e un’invalidità riconosciuta del 100%, trascorre le sue giornate tra sedia a rotelle e letto. E’ affetto da spondilite anchilosante, una grave malattia progressiva reumatica delle anche che non gli consente più di muoversi. Proprio a causa delle sue condizioni dal 2012 il giovane è agli arresti domiciliari a Teramo, nell’abitazione della madre, dopo che il tribunale di sorveglianza gli ha concesso il differimento della pena di anno in anno. All’epoca intervenne anche l’allora ministro della giustizia Paola Severino che, in risposta ad una lettera di Lettieri, dispose che il giovane fosse trasferito dal carcere di Opera al policlinico di Milano per essere urgentemente operato all’anca destra. Intervento a cui negli anni ne è seguito un secondo a quella sinistra.
Scrive Lettieri: «La posizione suprema della dignità in un ordinamento costituzionale pluralista quale il nostro non ammette riduzioni per effetto di un bilanciamento con qualsivoglia valore: la dignità umana è diritto sommo ed inviolabile ed è compito dello Stato, soprattutto nell’esercizio di poteri autoritativi, rispettarla e tutelarla». E ancora: «Alla luce della storia personale e giudiziaria di Mounaim Diab appare evidente che il senso di umanità cui la pena deve ispirarsi, e come riconosciuto nella ordinanza di differimento della pena, non può essere garantito con gli ordinari istituti dell’ordinamento penitenziario. Nel caso di specie si invocano esigenze umanitarie che possono essere protette e garantite ormai solo attraverso il provvedimento di clemenza individuale». Ad oggi il giovane ha scontato sette anni con un fine pena fissata al 16 giugno del 2024. «La patologia di cui Diab è affetto è progressiva, ad eziologia sconosciuta ed è causa di uno stato infiammatorio cronico diffuso», chiarisce l'avvocato nella domanda di grazia, «il continuo bisogno di visite mediche e cure obbliga alla formulazione di numerose istanze di autorizzazioni al magistrato di sorveglianza. Il contesto storico, culturale e personale nel quale si è consumato il fatto di reato, che ben si comprende non possa essere motivo di giustificazione della condotta, ma neanche strumento di criminalizzazione, è espressione di una triste realtà caratterizzata da marginalità e devianze, che certamente non hanno contribuito a formare un sistema di pensiero e di costume socialmente condiviso». Ora la risposta spetta al capo dello Stato.
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