Un teramano nei rifugi: «Lì dentro ho capito l’orrore della guerra»

Il presidente Arci Giannella ha fatto parte di una carovana umanitaria che ha consegnato aiuti tra i bombardamenti a Mykolaiv e Odessa
TERAMO. Gli occhi innocenti di un bambino di undici anni, la sua voce dolce mentre canta una canzone popolare ucraina e la voglia di cercare la normalità sulle note di un pianoforte: tutto questo al buio e al caldo terribile di un rifugio sotterraneo, mentre fuori imperversa il suono delle sirene che non riesce a sovrastare il boato delle bombe. Quegli occhi che non vogliono più vedere la guerra e i suoi orrori non vanno più via dalla mente dell’attivista politico teramano Giorgio Giannella, segretario provinciale dell’Arci, che ha trascorso una settimana in Ucraina, tra Mykolaiv e Odessa, condividendo spazi e tempo con chi ormai la guerra ce l’ha dentro, oltre che sulla testa. Una guerra che non dà tregua nemmeno la notte, quando il bunker diventa il luogo dove la paura si trasforma in silenzio. Quel rifugio improvvisato sotto il seminario di una parrocchia protestante senza finestre, tra la polvere e l’aria consumata dalle trenta persone che ogni notte trovano riparo dalle bombe e dai fantasmi che generano.
LA CAROVANA UMANITARIA Giannella ha preso parte alla carovana umanitaria di 175 organizzazioni “Stop the war now” promossa da Arcs, l'Ong di Arci nazionale, che ha permesso di portare beni di prima necessità all’interno dei rifugi e finanziato due dissalatori per l’acqua dopo che il depuratore è stato bombardato dalle forze russe. Dal Comune di Pineto sono stati consegnati più di 100 chilogrammi di beni raccolti e donati dal supermercato solidale “La Formica” e da Pros Onlus insieme a un partenariato locale; e un altro carico di eguale mole verrà consegnato a breve.
LA VITA NEL RIFUGIO
«Vivere in uno stanzone sottoterra con dei perfetti sconosciuti dove si condivide tutto, soprattutto l’aria che è irrespirabile, mi ha fatto toccare davvero con mano la guerra», racconta Giorgio Giannella, «ti senti un topo in prigione mentre nelle orecchie e nel cuore sobbalza ogni esplosione dall’esterno fino a toglierti il fiato. Ho impressi i visi di tutti, in particolare gli occhi di Kosti, il bambino di 11 anni al pianoforte, che parlavano di dignità, nonostante tutto. Quella non è più vita perché rimani intrappolato in una tela di sensazioni dolorose e forti», prosegue, «in una guerra non ci si sta nello stesso modo: gli anziani, spesso con problemi di salute, sono rimasti perché impossibilitati a percorrere lunghi viaggi; le madri e i bambini che non sono riusciti a fuggire come Kosti e la mamma è perché non hanno avuto contatti con le organizzazioni umanitarie internazionali o perché preferiscono restare idealmente vicini ai mariti al fronte. Tutto è desolatamente triste: la città è deserta e la propaganda domina, dalle 18 si spengono le luci, dalle 23 comincia il coprifuoco e la notte è tutto un bombardamento con i militari ucraini che spostano la logistica e quelli russi asserragliati con l’artiglieria pesante nel perimetro della città». E, rannicchiato in quella branda spoglia, i ricordi si affollano nella testa. «Il boato delle bombe e la terra che trema mi ha riportato da abruzzese con la mente ai giorni terribili del terremoto e la sensazione di primo acchito è stata quella di scappare fuori, ma poi ti fermi e realizzi che un missile ti può cadere in testa. Il senso di impotenza è lo stesso come lo è il senso di unità, appartenenza e solidarietà tra le persone». Giannella prosegue con gli occhi lucidi: «La guerra più che vederla nelle macerie, che ti lasciano interdetto, la respiri nella solitudine, nella tristezza, nella paura, nell’esercito dei checkpoint e dei mezzi militari, nell’aria rarefatta dei bunker e negli occhi smarriti di chi li popolano, ma ciò che non si riesce a comprendere è fino a dove può spingersi la spietatezza umana. Siamo stati in una scuola disseminata di bombe a grappolo: non vengono colpiti solo gli obiettivi militari, ma ahimè anche quelli sensibili per fare sempre più male».
LA PRECEDENZA ALLE ARMI
Odessa nella mente di Giorgio evoca l'esperienza di quando un bombardamento li ha sorpresi in un supermercato e sono rimasti in pieno giorno sotto un cielo di granate, ma ciò che non dimenticherà mai, nel mare delle ingiustizie a cui ha assistito, è l’arrivo al confine con l’Ucraina. «Alla frontiera ci hanno chiesto se portassimo le armi e hanno aperto i pacchi, facendoci restare fermi per sei ore quasi come dei fuorilegge», confida, «eppure i mezzi militari con le armi passavano senza nemmeno fermarsi. Le armi hanno la corsia preferenziale e gli aiuti alla popolazione no: lì ho riflettuto come il mondo gira al rovescio e come, purtroppo, le guerre avranno sempre un ruolo da protagoniste sul palcoscenico dell’umanità».
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