Vendita di azioni Tercas, respinta la richiesta di risarcimento

17 Gennaio 2015

TERAMO. La Tercas non ha imbrogliato i clienti vendendo di soppiatto azioni proprie, facendo credere ai risparmiatori di stipulare un’operazione di pronti contro termine o addirittura spacciando la...

TERAMO. La Tercas non ha imbrogliato i clienti vendendo di soppiatto azioni proprie, facendo credere ai risparmiatori di stipulare un’operazione di pronti contro termine o addirittura spacciando la vendita di azioni per vendita di obbligazioni. Non è un’enunciazione di carattere generale, ma la sentenza con cui, il 7 gennaio scorso, il giudice civile del tribunale di Teramo Mauro Pacificoha respinto la richiesta di risarcimento presentata da un risparmiatore ribalta quello che nei mesi scorsi era stato uno dei leit-motiv delle proteste per il crac Tercas: risparmiatori che si sono ritrovati a loro insaputa azionisti della banca e che poi, con l’azzeramento del valore del titolo, hanno visto andare in fumo il proprio investimento.

E’ un caso singolo, certo, ma la sentenza potrebbe costituire un precedente importante per casi analoghi, soprattutto se le richieste di risarcimento sono state formulate allo stesso modo di quella respinta nei giorni scorsi. La sentenza conferma la circostanza che ai dipendenti della banca era stata data la precisa indicazione di attuare una massiccia vendita di azioni Tercas, ma impegnandosi con i clienti a riacquistarle dopo un anno, restituendo il capitale investito maggiorato del 3%.

Il cliente che è andato in giudizio – citando l’impiegato che gli aveva fatto sottoscrivere l’investimento, difeso quest’ultimo dall’avvocato Antonieta Ciarrocchi, e la stessa Tercas – ha sostenuto nel ricorso che era convinto di acquistare obbligazioni, mentre invece si è trovato in mano oltre 27mila azioni della banca, un cospicuo capitale. Il giudice però ha osservato che tale doglianza non è stata dimostrata dal ricorrente.

«Non è stato in alcun modo provato», recita un passo della sentenza, «che la banca, attraverso il suo dipendete, abbia posto in essere una condotta maliziosa concretante artifizi o raggiri ed in particolare non è stato in alcun modo dimostrato che la Tercas abbia falsamente prospettato che il contratto aveva ad oggetto obbligazioni e non, come nella realtà, azioni».

Ma non solo: la vendita di azioni (anche se proprie) con l’impegno al riacquisto e al pagamento di un interesse del 3% non è stata un’azione truffaldina da parte della banca, non c’è stato alcun dolo, ma un’operazione che deve essere considerata come un contratto di pronti contro termine e da questo punto di vista giudicata del tutto corretta.

Il problema più grave, però, è che le azioni no sono più state riacquistate perché nel frattempo era stata sospesa la negoziazione, cui è seguito l’azzeramento del valore del titolo. Su tale aspetto, però, il giudice non si è espresso perché non faceva parte del tema del ricorso. Nessun giudizio, quindi, come recita ancora la sentenza, per valutare «se il mancato riacquisto delle azioni da parte della Tercas costituisca un inadempimento colposo idoneo a fondare la risoluzione del contratto e il risarcimento del danno». Il cliente, quindi, non rivedrà un centesimo, ma c’è di più: il giudice lo ha condannato a pagare le spese di lite sia alla banca che al dipendente citato in giudizio per 5.635 euro ciascuno. (e.a.)

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