«Venti minuti di terrore: minacciava la mia famiglia»

ALBA ADRIATICA. L’incubo non finiva mai. «Ho avuto la pistola puntata per una ventina di minuti, ma sembrava un’eternità. Ero come in trance, eseguivo gli ordini sperando che tutto potesse...
ALBA ADRIATICA. L’incubo non finiva mai. «Ho avuto la pistola puntata per una ventina di minuti, ma sembrava un’eternità. Ero come in trance, eseguivo gli ordini sperando che tutto potesse concludersi in fretta». È lo stesso Stefano Cichetti a raccontarlo al Centro. Il giorno dopo il sequestro e la rapina è più sereno, ma nelle maglie del racconto si può percepire tutta la paura vissuta in quei lunghi minuti. Soprattutto mentre spiega: «I momenti più difficili? Quando il malvivente ha minacciato la mia famiglia e quando, dopo aver svuotato le vetrine, mi ha detto di risalire in macchina: chissà dove mi avrebbe portato, ero terrorizzato».
Il racconto di Cichetti parte dalle 19.35 di mercoledì. Cinque minuti prima aveva chiuso la sua gioielleria accanto alla chiesa di Sant’Eufemia e davanti al municipio di Alba Adriatica, in piazza IV Novembre. Aveva poi attraversato la città, parcheggiando sotto casa, in un angolo poco illuminato di via degli Oleandri. «A quel punto si è avvicinata una persona, aveva un ombrello in mano e uno scaldacollo alzato fino al naso: “scusami, scusami” ha detto per attirare la mia attenzione», spiega. «Gli ho chiesto cosa volesse, lui ha estratto la pistola e mi ha ordinato di risalire nella mia auto e di partire. Lui seduto dietro, io davanti con la pistola puntata. Durante il viaggio verso il centro città parlava al telefono con i complici – o fingeva di farlo – spiegando passo passo quello che accadeva. Ha detto di avermi pedinato per lungo tempo, rassicurandomi però sul fatto che la mia famiglia stesse bene. La minaccia era chiara: dovevo collaborare o si sarebbe presentato a casa mia con intenzioni peggiori. Mi è sembrato italiano con una inflessione forzatamente romanesca. Non era troppo agitato». Continua Cichetti: «Mi ha fatto tornare in piazza e parcheggiare dietro alla chiesa. Da lì abbiamo percorso qualche metro a piedi – sempre con la pistola puntata – fino a entrare in gioielleria». Quello di Cichetti è un volto molto conosciuto, per la storica attività commerciale e per l’impegno in favore del rilancio di viale della Vittoria. Suo fratello Paolo è consigliere comunale, gestisce con lui la gioielleria. Anche sua sorella Gabriella è stata amministratrice comunale. Ma nessuno intorno sembra essersi accorto di quello che accadeva. «Una volta dentro mi ha chiesto di aprire la cassaforte. Gli ho detto che non potevo per via del blocco notturno, non ha insistito troppo: sapeva come funzionano queste cose, non mi è sembrato un dilettante. Quindi si è fatto dare i gioielli in esposizione nelle vetrine interne».
Ma non era finita: «Arraffato tutto, mi ha ordinato di tornare in auto e di procedere verso Villa Rosa. Ci siamo fermati lungo via Roma, vicino a una banca: lì è sceso e si è dileguato in un vicolo. Ho chiesto aiuto. E ora posso solo sperare nelle telecamere e nelle indagini dei carabinieri».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

