Violenta l’anziana vicina: condannato

15 Gennaio 2016

Inflitta la pena di 5 anni e tre mesi di reclusione a un trentenne di Campli. Determinante per l’accusa la prova del dna

TERAMO. Era finito a processo con le accuse di rapina aggravata, sequestro di persona e violenza sessuale nei confronti di una donna di 70 anni, sua vicina di casa. Ieri un trentenne di Campli, Michael Angelini, al termine del processo davanti ai giudici del tribunale di Teramo, è stato condannato alla pena di cinque anni e tre mesi, oltre al risarcimento del danno in favore della parte civile, all’interdizione per 5 anni dai pubblici uffici e all’interdizione perpetua dagli uffici di tutela e curatela. Inoltre il tribunale, presieduto da Flavio Conciatori, ha disposto per Angelini, difeso dall’avvocato Gabriele Rapali, la pena accessoria del divieto di avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dai minori. Il pubblico ministero Stefano Giovagnoni, aveva chiesto una condanna più pesante, 7 anni di reclusione e 3000 euro di muta, ma il tribunale è stato di diverso avviso.

L’uomo venne arrestato nel febbraio scorso, ma i fatti peri quali è finito sotto processo erano avvenuti diversi mesi prima. L’arresto infatti venne eseguito dai carabinieri di Campli al termine di lunghe e complesse indagini, condotte anche attraverso l’esame del dna, che si è poi rivelato il principale elemento di prova a carico del trentenne.

Secondo le accuse Angelini, passando da un ingresso secondario, si era introdotto in casa della vicina, bloccandola senza farsi riconoscere, per poi abusare di lei e portare via un oggetto in oro. Nel bloccarla le aveva impedito di fuggire e per questo, oltre a quelle di violenza sessuale e rapina, era stata formulata anche l’accusa di sequestro di persona. Oltre alla prova del dna, isolato da trecce di liquido seminale trovate in casa dell’anziana, un altro elemento che aveva portato gli investigatori sulle sue tracce erano state le telefonate fatte nel lasso di tempo in cui la dona era stata violentata. Gli inquirenti avevano esaminato tutte le chiamate inviate e ricevute dai cellulari agganciate in quel momento dalla cella telefonica della zona dove abita la donna. L’attenzione degli inquirenti si era indirizzata sull’utenza del trentenne, un indizio che poi si è rivelato determinante. Interrogato dopo l’arresto, il giovane aveva parzialmente ammesso le proprie responsabilità; d’altronde i risultati dell’esame del dna e gli altri elementi di prova acquisiti dagli inquirenti non gli avevano lasciato molte alternative. (e.a.)

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