Violenza in piazza Sant’Anna Un gruppo di esperti nelle scuole

7 Luglio 2020

La proposta degli psichiatri De Berardis e Olivieri: «Teramo potrebbe diventare un laboratorio L’obiettivo è individuare il disagio e tornare a insegnare come comportarsi nella collettività»

TERAMO. Scorribande, atti vandalici, aggressioni verbali e ora anche qualcosa in più. Accade questo a piazza Sant’Anna dove l’altroieri sono stati denunciati due 17enni, uno dei quali aveva un coltello a serramanico e un tirapugni.
Ce n’è per pensare a un intervento mirato, a più livelli, per affrontare un problema che vede protagoniste bande di giovanissimi. Una proposta interessante arriva da due psichiatri teramani, Domenico De Berardis e Luigi Olivieri: pensano a un gruppo di diversi specialisti che nelle scuole affianchi i docenti ripartendo dall’educazione civica intesa soprattutto educazione alla vita nella collettività.
In centro storico si susseguono atti vandalici e comunque violenti ad opera di ragazzi. Che cosa sta accadendo?
«Molto spesso questa generazione sembra non avere punti di riferimento e nemmeno valori positivi forti. Sicuramente in alcuni casi c’entra anche la famiglia: molti comportamenti disfunzionali dei giovani sono lo specchio di comportamenti disfunzionali in famiglia. Ma non è sempre così A volte sono anche presenti comportamenti correlati al gruppo, al branco. E col branco in qualche modo ci si confronta con gli altri e spesso si prendono di mira le minoranze, i ragazzi più timidi – e comincia il bullismo – o gli anziani e i disabili. L'aggressività è un istinto di base dell'essere umano, ha a che fare con l'istinto di sopravvivenza. Ma deve essere posto un limite all'aggressività proattiva, se è fuori controllo danneggia la società. Crediamo poi che molta aggressività tra i giovani e giovanissimi sia incentivata dall'uso di sostanze: alcol e cannabis. E poi la noia. In molti giovani che visitiamo notiamo che ciò che alle generazioni precedenti poteva piacere, ora non suscita soddisfazione. E a quel punto il piacere si ottiene con uso di sostanze o alcol. L'altra problematica grossa è l'emulazione di modelli sbagliati: c'è l'idea che per affermarsi nella società bisogni usare le maniere forti».
Gli atti di violenza avvengono in una porzione di territorio, piazza Sant’Anna e vie limitrofe, ben delimitato.
«Piazza Sant’Anna è una specie di lottizzazione, il gruppo che controlla quella parte del territorio si scontra con un gruppo che ambisce a controllarlo a sua volta. Questa sorta di potere che si crede di avere su una determinata zona è alimentato dal branco e forse da modelli mediatici sbagliati».
Il lockdown ha aumentato gli episodi di aggressività fra i giovani? La Psichiatria e il Serd hanno avviato uno studio sull’argomento con questionari somministrati via internet.
«I dati devono ancora essere analizzati. Ma il lockdown ha generato una sorta di chiusura e repressione di questi fenomeni. Al termine, c’è stata una sorta di percezione "libera tutti" specie fra gli adolescenti, i quali hanno cominciato a fare assembramenti con gli stessi comportamenti, se non peggio, che avevano prima».
Avete proposte su come affrontare questa situazione in città?
«Non si possono pensare interventi solo repressivi. La punizione – che è bene che ci sia – può essere di assegnare queste persone ai servizi sociali o indurle a mettersi a disposizione della collettività. Ma l'intervento centrale andrebbe fatto nelle scuole: gli insegnanti sono lasciati sostanzialmente soli. Le scuole sono il primo luogo in cui il ragazzo si interfaccia col mondo: è un momento che può essere non solo didattico, ma anche di formazione e informazione sui rischi connessi a certi comportamenti. Si può intercettare il disagio precocemente ma anche attuare strategie efficaci per contenerlo e indirizzarlo verso forme più mature di elaborazione».
In pratica che possono fare le istituzioni cittadine?
«Bisognerebbe ripristinare l'educazione civica intesa come educazione al rispetto dell'altro sesso, dei disabili, di chi ha altro orientamento sessuale diverso, ai principi base su come comportarsi in collettività. Si può pensare a gruppo composto non solo da personale formato ad hoc, ma anche da psichiatri, psicologi, sociologi, antropologi. Un approccio multidisciplinare che catturi l'interesse. Sicuramente un risultato l'otteniamo: non riusciremo a salvarli tutti, ma se ne salviamo un po' è un risultato. Teramo potrebbe diventare un laboratorio in questo senso. E poi ci vorrebbe un sostegno alle famiglie: molte non è che non vogliono insegnare le regole del vivere civile. Ma spesso non hanno tempo, nè i mezzi tecnici e dialettici».
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