Vivono in cinque con 291 euro al mese

Il drammatico racconto di una famiglia: tiriamo avanti solo perché ci aiutano il parroco, la scuola e il Banco alimentare
TERAMO. Che immagine dà di sé una città che per giorni sui social si domanda se sia decoroso o no il dehor in piazza? Che si arrovella se la giunta cade o no e se la funicolare è utile e bella oppure no? Che immagine consegna la Teramo che non sa scandalizzarsi del fatto che il 29% delle famiglie teramane vive con meno di mille euro al mese? Poco meno di mille se va bene, visto che c'è anche chi sopravvive, perché di sopravvivere di tratta, con molto meno. Teramo è anche questo, e non è poi così "social". È una realtà, quella dei poveri, che ci rifiutiamo di guardare ma che proponiamo oggi non attraverso le statistiche o le dichiarazioni della politica, ma con le parole di due donne teramane che caricandosi il senso del sacrificio sulle spalle nobilitano il senso di cittadinanza molto meglio delle istituzioni. I loro volti sono sconosciuti, tanto che per indagare il senso di queste vite sommerse abbiamo chiesto aiuto ai sindacati e al Banco alimentare di Teramo, che sostiene ogni anno 330 famiglie.
DANIELA E FAMIGLIA. Daniela, teramana di 46 anni, si racconta così: «Come si fa a raccontare come si vive da poveri? Non lo so come si racconta. So solo che mi sono dimenticata come si fa a sorridere». Daniela ha 46 anni, è invalida al 75% dall'età di 38 a causa di un delicato intervento alla schiena andato male. Non può lavorare. Suo marito è disoccupato, ha fatto lavori saltuari di manovalanza, ha 54 anni «ed è ritenuto troppo vecchio per lavorare». Con loro ci sono le due figlie, di 14 e 18 anni. La 18enne è ragazza madre, quindi Daniela ha con sé anche un nipotino neonato da sfamare. Questa famiglia vive con 291 euro al mese, che corrispondono alla pensione di invalidità. «E' l'unica entrata. Mi tocca benedire la mia disgrazia perché altrimenti non avevo nemmeno questi soldi», dice Daniela con un tono di voce che non è né triste, né sarcastico, ma di agghiacciante rassegnazione. «Viviamo, o meglio sopravviviamo, in un alloggio popolare versando un canone di 14 euro al mese, ma siamo indietro anche con quello. Se non ci fossero i pacchi dei viveri donati dai volontari saremmo morti di stenti. L'inverno scorso siamo stati senza riscaldamento, ma quest'anno con il nipotino non potevamo. Abbiamo chiesto aiuto al parroco che oggi ci paga le bollette. Fortunatamente sotto i tre anni abbiamo le esenzioni per le medicine del neonato e una card dove ci vengono accreditati 80 euro ogni due mesi che usiamo per i pannolini. Gli omogeneizzati ce li dona il Banco alimentare. Ma come madre mi uccide negare l'essenziale alle mie figlie. Una va ancora a scuola. All'inizio avevamo trovato una cartolibreria economica che faceva fotocopie a poco prezzo, ma le insegnanti hanno chiesto a mia figlia di procurarsi i libri. Come potevo fare? Mi sono fatta coraggio chiedendo aiuto alla preside e la ragazza ha ricevuto i libri in dono all'uscita di scuola per non essere mortificata davanti agli altri. Questa città si racconta che va tutto bene. Noi che viviamo nell'ombra diciamo che non va bene proprio niente. E non sappiamo a chi dirlo. Ai politici che promettono in campagna elettorale e poi scompaiono? Ci abbiamo provato. Proviamo a vestirci di un po' di dignità e ci rechiamo da loro senza far trapelare rabbia, addirittura sminuendo la portata del dramma perché abbiamo paura che i servizi sociali ci tolgano i figli. Prima la politica era diversa. Loro mangiavano, ma mangiavamo anche noi. Ora nemmeno quello. La sera quando si addormentano i figli io e mio marito ci domandiamo come abbiamo fatto a superare la giornata. Ma davvero non lo sappiamo. Prima avevamo un vecchio televisore, ora si è rotto il decoder e senza soldi per comprarlo non guardiamo nemmeno la tv». Il giorno peggiore è stato il 1° maggio. «Ogni primo del mese aspettiamo con l'acqua alla gola i 291 euro. Quest'anno il primo era domenica. Mia figlia aveva fame. Non avevamo il pane. Mio marito si è ingegnato. “Lo facciamo noi, abbiamo il lievito, la farina”. Poi ci siamo accorti che eravamo rimasti senz'olio. Abbiamo fatto con l'acqua una sottospecie di piadina secca arrostita in padella. Sono morta di dolore quando mia figlia ha detto che domenica è stato il giorno più brutto della sua vita. Meno male che era festa dei lavoratori. Ma noi non avevamo da festeggiare. Il martedì appena ho avuto la pensione sono andata all'Oasi dove c'erano in offerta delle fettine di carne. Hanno mangiato quelle a pranzo e cena e io non ho avuto il coraggio di toccarle. Volevo lasciarle a loro. Tempo fa ho perso un dente», dice ancora Daniela, «mi vergognavo e non sono uscita di casa per settimane. Mio marito non riusciva più a vedermi piangere e ha chiesto aiuto al Banco alimentare. Alla fine ci hanno pagato loro un dentista. Se campiamo è solo grazie a loro».
CRISTINA. Poi c'è Cristina, ha 53 anni, lavora in due distinte cooperative sociali teramane e vive sola. «Come vivo? Mia madre è il mio bancomat. Ha 83 anni, vive con mille euro di pensione di reversibilità che percepisce da quando è morto mio padre. Con quella pensione aiuta mia sorella disoccupata e me, che vivo sola in una casa che fortunatamente mi ha lasciato in eredità mia nonna. Quindi non pago l'affitto, ma a fine mese non arrivo. Lavorando in due diverse cooperative io percepisco 600 euro netti. O meglio, dovrei percepire, visto che mi corrispondono lo stipendio sempre con ritardi di 5 -6 mesi. Ogni tanto faccio lavoretti extra che mi pagano con i voucher da 7,50 euro a ora. Ma le ditte fanno la cresta anche su quelli arrivandomi a pagare 3 euro l'ora. Per "fortuna" non ho marito e figli. Per questo conviene arrangiarsi con il lavoro in nero, che faccio da assistente domiciliare e mi fa alzare ogni tanto 100 euro in più al mese. Ma non basta. Perché per lavorare in giro come assistente per conto delle cooperative devo pagare la benzina che anticipo io. Non conosco cosa significhi andare da un parrucchiere. Se mi ammalo non mi curo, non posso. Non accendo i termosifoni e la pizza se ho voglia me la faccio da sola. Per fortuna c'è mia madre che mi fa la spesa, ma chiedere i soldi a una donna di 83 anni è umiliante. La fregatura è che formalmente io ho un contratto a tempo indeterminato che sommato alla casa di proprietà mi preclude anche il diritto di accedere ai bonus su luce e gas. Né posso avere esenzioni sui ticket sanitari. Ma a chi lo racconto che non mi pagano, e che aspetto solo di morire?».
Marianna De Troia
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