«È mille volte più terribile per i disabili»

Castelli, giornalista affetta da distrofia muscolare racconta come ha vissuto la prima scossa
CASTELLI. «Sono secondi interminabili come in quel lontano 6 aprile 2009. Lontano nel tempo, ma vivo nel cuore. Oggi come allora. Impotente, senza la possibilità di scappare. Prego e chiudo gli occhi. Prego affinché quel “mostro” da sottoterra non mi prenda con sé. Affrontare un terremoto è cosa difficile. Per tutti. Ma per chi vive una disabilità e non può scappare, lo è mille volte di più». Con queste parole Manuela Romitelli, giornalista professionista, racconta la sua esperienza col terremoto. Manuela convive con la distrofia muscolare che le impone di muoversi solo con la carrozzina.
Scendere dal letto in velocità per lei è impossibile e durante gli interminabili secondi del sisma c'è spazio solo per aspettare. Pregare. Sperare. Manuela nella sua casa di Castelli la notte del 24 agosto capisce immediatamente che qualcosa di grave da qualche parte non troppo lontano stava accadendo. Che in quegli istanti qualcuno sta perdendo tutto. «Cerco di scoprire», spiega ancora Manuela raccontando quella notte, «le mie braccia da sotto la coperta, ma qualcosa mi trattiene. Non capisco cosa. Poi, nella penombra, vedo il mio grande armadio bianco muoversi in modo anomalo. In sottofondo sento un insieme di suoni cupi e sinistri. Subito riconosco quella “voce” che viene da sottoterra. “Non è possibile, non può essere di nuovo”, penso. Sono le 3.36 del 24 agosto 2016. Un’altra data che non dimenticherò. Resto a letto, sebbene sia estate, fuori fa freddo. Non posso stare al freddo. Rischio di ammalarmi e per la mia precaria salute potrebbe essere peggio di un terremoto. I miei polmoni sono deboli, provati. Affrontare un terremoto è una cosa difficile. Per tutti. Ma per chi vive una disabilità e non può scappare, lo è mille volte di più. Quel “mostro” mi ha ricordato che c’è ed è sempre lì. Sottoterra. Mi ha ricordato che la natura è più forte di noi. Può prendersi tutto, senza nemmeno chiedere. Può portarsi via quello a cui teniamo di più e lasciarci senza difesa alcuna».
Una mente sveglia, lucida, intelligente e capace in quei momenti sente ancor più il peso e la fatica di aver a che fare con un corpo che non risponde ai propri comandi, alla propria volontà. La mente invece corre e capisce: «In quel momento», conclude, «ho razionalizzato che siamo tutti vittime di un mondo che crediamo ci appartenga».
Evelina Frisa
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