A Catania un altro giudice ha ordinato le infusioni

30 Giugno 2014

PESCARA. Si aggroviglia sempre di più il percorso che il metodo Stamina cerca di ricavarsi nella strettoia che divide giustizia, medicina, scienza e governo. Nei giorni scorsi il tribunale di Catania,...

PESCARA. Si aggroviglia sempre di più il percorso che il metodo Stamina cerca di ricavarsi nella strettoia che divide giustizia, medicina, scienza e governo.

Nei giorni scorsi il tribunale di Catania, aveva ordinato le cure per due bambini così come aveva fatto qualche giorno prima il tribunale di Venezia e prima ancora quello di Pesaro. Il ministro Lorenzin aveva però invocato una «un'azione forte di governo e Parlamento a tutela dei malati e delle famiglie».

Il tribunale di Catania aveva emesso l'ordinanza per far somministrare agli Spedali civili di Brescia le cure su due pazienti con cellule staminali secondo il metodo Stamina.

L'ospedale bresciano ha così avviato una ricerca di medici disposti a praticare le infusioni. «Eventuali dichiarazioni di disponibilità dovranno pervenire alla Direzione Sanitaria dell'Azienda corredate di curriculum comprovante titoli ed esperienza pregressa, oltre che, del nulla osta dell'Azienda di appartenenza», si legge in una nota pubblicata sul sito internet degli Spedali civili di Brescia. Si tratta, in particolare, di tre infermieri, due anestesisti, un infusore e un chirurgo ortopedico.

L'ennesima decisione pro Stamina da parte della magistratura è stata commentata con dichiarazioni dure dal ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, anche se successivamente i toni sono stati attenuati dalla nota ufficiale diffusa dall'ufficio stampa del ministero: «Ribadisco che da parte della magistratura ci sono decisioni in contraddizione tra di loro una con l'altra», si legge nella nota, «che la volontà del legislatore non era questa ma un intervento, caritatevole, nei confronti di chi aveva già cominciato le infusioni, prendendo atto che non ci si trova di fronte a cure compassionevoli poiché il metodo non è brevettato né ha avuto alcuna sperimentazione. Se dovessimo dar retta al buon senso», afferma il ministro, «attenderemmo prima che si creino situazioni difficili le decisioni del Comitato scientifico lasciando alla scienza e non alla magistratura l'ultima parola su questo caso».

In due anni sono stati quasi 500 i ricorsi presentati pro Stamina e centinaia i pronunciamenti (la prima sentenza di un giudice del lavoro fu emessa nell’agosto del 2012). In Abruzzo, nel dicembre 2013, un giudice dell’Aquila ammise il paziente alle infusioni anche mediante l’utilizzo di cellule «già presenti nella medesima struttura sanitaria».