Abruzzo, una regione per vecchi I pensionati superano i lavoratori

30 Ottobre 2026

Nel 2025 sono stati erogati 520mila assegni previdenziali, ma gli occupati attivi sono 512mila

L’AQUILA

Sarà per il calo demografico, sarà per la fuga di giovani talenti, sta di fatto che in Abruzzo ci sono più pensionati che lavoratori. A fronte di 520.676 persone che ricevono l’assegno previdenziale, in regione i lavoratori attivi sono 512.273, con un saldo negativo di 8.403 unità. Il focus sul rapporto tra occupati e pensionati porta la firma della Cgia di Mestre ed è riferito ai dati 2025.

Scendendo nello specifico, l'unica provincia abruzzese che spinge il carretto, con più braccia operative rispetto a quelle a riposo, è quella di Pescara, dove i pensionati sono 124.284 e i lavoratori 127.738, quindi 3.454 in più. Tutte le altre portano il segno negativo: all’Aquila i pensionati sono 1.915 in più dei lavoratori, esattamente 122.691 contro 120.776. Il divario aumenta a Chieti con 3.800 pensionati in più degli occupati che risultano 148.928. Teramo fa ancora peggio: a fronte di 124.773 pensionati, ci sono 118.631 lavoratori, con un saldo negativo di 6.142 unità. Sul piano nazionale, il rapporto tra pensionati e occupati è di 1 a 1. Negli anni ’80 del secolo scorso, invece, era di 3 a 1. «Il calo delle nascite e l’aumento dell’aspettativa di vita che si sono verificati negli ultimi cinquant’anni hanno spinto l’Italia verso un declino demografico molto preoccupante», spiega la Cgia, «con conseguenze inevitabili anche per il mondo del lavoro».

Nel breve termine il quadro è destinato ad aggravarsi. Le previsioni indicano che, tra il 2025 e il 2029, usciranno dal mercato del lavoro 3 milioni di italiani: di questi, una quota pari a circa il 74%, ovvero 2.244.700 persone, interesserà le regioni del Centronord. Pertanto, secondo l'Ufficio studi della Cgia che ha elaborato la ricerca, «nell’arco di pochi anni si assisterà a un vero e proprio esodo dagli uffici e dagli stabilimenti produttivi con milioni di lavoratori destinati a passare dall’occupazione all’inattività. Ne deriveranno ripercussioni sociali, economiche e occupazionali di portata storica per il Paese». Quest’anno la spesa pensionistica è destinata a toccare i 351,8 miliardi di euro: il 2,7 per cento in più dello scorso anno. «Un trend in linea con l’andamento dell’inflazione che quest’anno dovrebbe crescere del 2,8%», rileva la Cgia, «nel 2029 l’ammontare delle uscite complessive per pagare tutti gli assegni pensionistici dovrebbe aumentare di 36,8 miliardi, attestandosi sui 388,6 miliardi di euro: praticamente il 10,5% in più, mentre l’inflazione, stando alle previsioni, dovrebbe salire di 5,8 punti. Evidentemente, l’effetto esodo comincerà a farsi sentire anche sui conti del nostro sistema previdenziale».

Ma veniamo ai numeri: analizzando il saldo tra numero delle pensioni e quello degli occupati, tutte le regioni del Mezzogiorno presentano un dato negativo. Le situazioni più critiche interessano la Sicilia con -186.462 unità attive, la Calabria con -220.349 e la Puglia con -263.020. L’unica regione del Nord con saldo negativo è la Liguria (-4.767) e, tra quelle del Centro, le Marche (-10.489) e l’Umbria (-24.094). L'Abruzzo si posiziona a metà classifica, tra le regioni «in rosso» con un saldo negativo, tra pensionati e occupati, di 8.403 unità. La situazione di maggiore squilibrio, in Italia, riguarda Reggio Calabria, dove la differenza è pari a -90.368 unità. Seguono la provincia di Taranto con -87.189, Lecce con -85.508 e Messina con -76.936. Tre province abruzzesi su quattro, L'Aquila, Teramo e Chieti, come detto, contano più pensionati che lavoratori e si posizionano, rispettivamente, al 64esimo, al 68esimo e al 73esimo posto della classifica nazionale. «Va segnalato che l’elevato numero di assegni pensionistici erogati nel Mezzogiorno non è ascrivibile alla eccessiva presenza delle pensioni di vecchiaia o anticipate», spiega la Cgia, «ma all’elevata diffusione dei trattamenti assistenziali e di invalidità. Un risultato preoccupante che dimostra con tutta la sua evidenza gli effetti provocati, in questi ultimi decenni, da quattro fenomeni strettamente correlati fra di loro: la denatalità, il progressivo invecchiamento della popolazione, un tasso di occupazione tra i più bassi in Ue e la presenza di tantissimi lavoratori irregolari. La combinazione di questi fattori ha ridotto progressivamente il numero degli occupati regolari e, di conseguenza, è aumentata la platea dei percettori di welfare». A rischiare di più sono le piccole aziende, dove la carenza di manodopera riduce la capacità produttiva e rende più difficile presidiare ruoli chiave, soprattutto nei settori tecnici e manifatturieri. «Non si tratta solo di trovare persone, ma di trovare competenze adeguate in tempi compatibili con le esigenze aziendali», dice la Cgia. «Il risultato è una maggiore incertezza nei processi e una crescente fragilità organizzativa. L'Italia è il fanalino di coda in Ue per occupazione femminile: se vogliamo mitigare, almeno in parte, l’uscita dei milioni di lavoratori che entro il 2029 andranno in pensione, dobbiamo allargare la platea e assumere donne e giovani».

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