Addio balia, un po’ tata un po’ mamma

25 Aprile 2015

Erano attive fino a metà ’900, oggi la società è cambiata e questo “mestiere” è tramontato

PESCARA. Una volta le chiamavano balie e il loro compito era tanto importante quanto riconosciuto. A loro venivano delegati ruoli biologici fondamentali della maternità, come la cura e l'allattamento dei neonati. Fino agli inizi del Novecento infatti, nelle classi agiate era consuetudine affidare i bambini a un'altra donna, spesso scelta tra i contadini o il personale di servizio, perché provvedesse all'allattamento. Una specie di “madre surrogata” a cui le signore di buona famiglia si rivolgevano per evitare che l'allattamento avesse ripercussioni negative sull'aspetto del loro corpo, ma a cui facevano riferimento anche quelle donne che non producevano latte. Una figura, quella della balia, che non di rado diventava anche punto di riferimento affettivo per i piccoli. E lo stesso accadeva tra i bambini allattati e i figli stessi della balia, tanto che venne coniata la definizione “fratelli di latte”. Una volta terminato l'allattamento, succedeva spesso che la donna restasse nella stessa famiglia, dove veniva impiegata come donna di servizio. Talvolta la balia provvedeva alla cura del piccolo senza allattarlo, e in questo caso veniva chiamata “balia asciutta”. A quei tempi, la mortalità infantile e quella femminile era così alta che spesso le balie erano donne che avevano perso il proprio bambino alla nascita, o che accoglievano i figli di donne morte di parto. Oggi questa figura non esiste più, ma le donatrici di latte materno hanno un senso di altruismo e di sacrificio che ricorda il gesto intimo e amorevole delle antiche balie. (m.d.s.)

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