Alessandra, scienziata e anche mamma

8 Marzo 2020

La professoressa Faggian ha lasciato gli Usa per lavorare all’Aquila: «Io sono fortunata, ma l’Italia è un Paese maschilista»

L'AQUILA. Mamma e scienziata. Ha deciso di lasciare gli Stati Uniti, dov’era professore di economia alla Ohio State, per venire a lavorare in Abruzzo, al Gssi dell'Aquila. Alessandra Faggian, 47 anni, è una delle donne simbolo della nostra regione. Il Centro l'ha intervistata per l'8 marzo.
Professoressa Faggian, che cosa rappresenta per lei la festa della donna?
«Un'occasione per riflettere sulla parità di genere. Ma bisogna lavorare a questo concetto sempre, non può essere sufficiente parlarne per 24 ore e poi far finta di niente. Si avverte un gran bisogno di consapevolezza del gap di genere, in tutti i settori. In Italia, forse, più che in altri Paese. Negli Stati Uniti, ad esempio, tutte le Università forniscono servizi per le mamme con bimbi piccoli, da noi non accade».
Perché siamo indietro? «Per una mentalità che si è sviluppata nel tempo ed porta ancora una forte impronta maschilista. Quando mi trovo a relazionare in un meeting, gli uomini mi guardano e mi giudicano dall'apparenza. In Italia resiste ancora il vecchio stereotipo secondo cui le donne veramente brave sono quelle che assomigliano di più agli uomini. È come se non si possa essere intelligenti e anche attraenti; se le due qualità non possano coesistere. Quando, invece, si riscontrano entrambe in una donna, suscitano sempre un po' di sospetto».
Come si comporta di fronte agli sguardi perplessi degli uomini?
«A volte lo faccio volutamente, mi vesto di rosa o indosso un tubino perché voglio sottolineare la mia femminilità. Il problema è che molte donne sono costrette ad adeguarsi al mondo maschile, mentre noi abbiamo altre qualità. Siamo più empatiche. Non dobbiamo copiare gli uomini che sono in una posizione di potere e nemmeno sottometterci, ma sfruttare al meglio le risorse che abbiamo. Come l'intelligenza, l'empatia».
Quanto pesa l'ingerenza maschile nella sua carriera?
«Sono fortunata. Ho lavorato in istituzioni dove non mi sono mai sentita discriminata, ma quando mi capita di relazionarmi al di fuori del mio ambiente lavorativo, in meeting o contesti elevati, con tanti uomini, mi trovo spesso ad essere la "quota rosa": l'unica donna in una stanza e sentire il peso di questa situazione. L'uomo di potere tende a sminuire il ruolo della donna, anche attraverso l'uso di titoli e appellativi sbagliati: professore per l'uomo, dottoressa per la donna. E così via».
Cosa l'ha spinta a tornare dagli Stati Uniti?
«Sono stata contattata dal Gssi, per vedere se volevo essere un "cervello di ritorno". Di quelli che rientrano in Italia, dopo il trasferimento all'estero. Ho trovato una realtà diversa, aperta, internazionale: un luogo perfetto per utilizzare le mie capacità. Per un'economista lavorare su un territorio colpito dal sisma e in una realtà sociale in continua evoluzione è stimolante».
Lei ha un figlio piccolo. Quanto è difficile essere scienziata e mamma?
«Occorre un'organizzazione al millisecondo. Ogni appuntamento va programmato con largo anticipo, devo calibrare le tempistiche. Vale ancora di più per me che, dal 2013, sono mamma single». Tre aggettivi per descriversi.
«Determinata, energica, empatica. Lo sono diventata per trovare soluzioni alle circostanze che mi ha posto davanti la vita. Nutro la speranza che le giovani donne vengano sempre aiutate dalle senior. Alle ragazze bisogna dire di avere fiducia nei propri mezzi, anche nella carriera, di non arrendersi. Agli uomini, di superare i condizionamenti estetici, di guardare oltre una gonna o i tacchi a spillo».
Dove va il mondo?
«Avverto una spinta verso la deglobalizzazione. Anche l’emergenza coronavirus fa ripensare il sistema di gestione globale».
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