Bcc Roma guarda all’Abruzzo per la banca del Centro Italia

10 Luglio 2015

Il presidente Liberati: «La riforma del credito cooperativo spingerà ad aggregazione interregionali Sogno un gruppo con la federazione abruzzese che da Roma a Pescara passi per L'Aquila»

PESCARA. Con un attivo di 10,5 miliardi di euro al 31 dicembre 2014, impieghi per 5,7 miliardi , una raccolta diretta di 7,8 miliardi e un utile netto di 25,9 milioni (+22,7% sul 2013), Bcc di Roma è oggi la prima banca di Credito cooperativo in Italia. È presente nel Lazio e nell'Abruzzo con 180 sportelli, 1.270 dipendenti, circa 30.000 soci e quasi 300.000 clienti, in gran parte famiglie e piccole imprese.

In 60 anni di storia sono confluite in Bcc di Roma 18 banche di Credito Cooperativo, di cui 15 a seguito di operazioni di fusione per incorporazione.

Alla vigilia della riforma del credito cooperativo su cui spinge soprattutto la Banca d’Italia, e che dovrebbe portare a una serie di aggregazioni interregionali, il presidente della Bcc di Roma, Francesco Liberati, abruzzese di Scurcola Marsicana, rieletto alla guida della Bcc nel marzo scorso e presidente della federazione delle Bcc di Lazio, Umbria e Sardegna, guarda con interesse alla federazione delle Bcc di Abruzzo e Molise come possibile partner.

Presidente, quali saranno gli obiettivi della Banca nei suoi tre anni di mandato? Avete progetti di espansione, per esempio in Abruzzo dove siete presenti solo in provincia dell'Aquila?

«Il nostro obiettivo è certamente quello di espanderci, anche se questi sono tempi difficili e non conviene molto svilupparsi in maniera orizzontale. Cerchiamo quindi di fidelizzare sempre più la nostra clientela e i nostri soci puntando a uno sviluppo verticale. Certamente vogliamo consolidarci in Abruzzo, dove siamo presenti in provincia dell'Aquila».

Molti temono che la riforma riduca l'autonomia dei singoli istituti.

«Per le Bcc la riforma è un diluvio, perché il credito cooperativo ha privilegiato sempre il campanile. Per quanto ci riguarda, noi siamo la più grande Bcc in Italia. Abbiamo un attivo di 10 miliardi e mezzo e un indice di solidità che ci porta a essere la seconda tra le banche medie italiane come solvibilità. Siamo dunque non solo un presidio di stabilità per i nostri clienti, ma anche per il sistema delle Bcc. Mi riferisco in particolare alla Federazione delle Bcc di Lazio, Umbria e Sardegna di cui mi onoro di essere presidente. Il nostro auspicio è che nel processo di riforma si proceda verso l'integrazione in gruppi come più volte rimarcato dal Governatore della Banca d'Italia per assicurare la peculiarità che è alla base del successo del nostro modello. Un modello che fino a oggi è riuscito a garantire negli anni più duri della crisi l'erogazione di finanziamenti. In 5 anni gli impieghi sono aumentati di oltre il 70% a fronte del 16% del sistema creditizio nel suo complesso. Per garantire questa peculiarità a difesa dell'interesse dei soci e dei clienti, è necessario che l'integrazione avvenga per gruppi, coniugando l’autonomia gestionale con il controllo strategico centrale da parte di una capogruppo, una sorta di centrale cooperativa che preferiremmo di livello interregionale, con regole di governo coerenti con la matrice cooperativa. Nei patti che si faranno sicuramente va riconosciuto a ciascuna Bcc un grado di libertà commisurato alla bontà della gestione. Per questo sarà importante la scelta degli uomini che la gestiranno».

Quali sono i rapporti con le Bcc abruzzesi?

«Ho un rapporto personale più che ottimo con il presidente della Federazione Alfredo Savini. Come Bcc di Roma abbiamo anche avviato alcune convenzioni con le Bcc della provincia dell'Aquila per il Piano di Sviluppo Rurale. Di recente ho avuto modo di confrontarmi con lui sul tema della riforma. L'appello accorato che faccio è che sarebbe auspicabile in vista della riforma, sulla base della cordialità dei rapporti tra le nostre federazioni, che si possa valutare insieme la fattibilità di costruire un gruppo di credito cooperativo del Centro Italia, un gruppo che andrebbe da Roma a Pescara passando per l'Aquila. Per me sarebbe il sogno più bello. Costituiremmo un gruppo con un attivo di 20 miliardi sufficiente ad andare avanti in autonomia».

Nel sistema creditizio si parla di 20 mila esuberi entro il 2020. Come ha impattato la crisi di settore nel vostro caso?

«La Bcc di Roma dal 2013 non ha fatto assunzioni ma non ha nemmeno licenziato personale. Abbiamo incorporato la Banca della Tuscia con 30 dipendenti, qualcuno è andato in prepensionamento, tutti gli altri sono stati valorizzati e inseriti nella nostra struttura. Il tema delle assunzioni rimane un tema vischioso, ma certo si possono fare inserimenti mirati, figure di profilo tecnico elevato, utilizzando al meglio gli strumenti del mercato del lavoro. Se noi realizzassimo per ipotesi questo gruppo interregionale non avremmo problemi. Non si opererebbero licenziamenti, si parlerebbe di efficientare l'attività delle banche».

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