Compie 70 anni il motocarro simbolo di origini abruzzesi

13 Ottobre 2018

Era una costola della Vespa di Corradino D’Ascanio, il leggendario ingegnere-inventore di Popoli

La modernità nei paesi della bassa Valle dell'Aterno a est dell'Aquila arrivò tra la fine degli anni Cinquanta e l'inizio dei Sessanta. Fra le stradine strette e fangose, piene di buche, cominciò a “sfrecciare” uno “strano” mezzo a tre ruote, l'Ape. Finalmente le famiglie potevano avere frutta e verdura fresca sotto casa praticamente tutto l'anno. I bambini di allora ancora ricordano Giovanna, così si chiamava la fruttivendola, che alla guida del suo Ape, dopo essersi rifornita al mattino presto ai mercati generali, iniziava il giro dei borghi intorno alla città. Le donne appena sentivano il “ronzio” del motore sbucavano come d'incanto dalle porticine, da sotto gli archi, dalle stalle con, ben stretti in mano, portafogli di mille colori con dentro quel tanto che bastava per fare la spesa. Poi di corsa in cucina a preparare “da mangiare”.
L'Ape, prodotto dalla Piaggio, aveva un costo contenuto, circa 150.000 lire (oggi costa intorno ai 5.000 euro, usato la metà). Chi non poteva permettersi il più tradizionale furgone poteva acquistare l'Ape con un po' di sacrificio ma senza rovinarsi economicamente. Nelle “vene” di questo mezzo piccolo e versatile scorreva “sangue” abruzzese. Infatti l'Ape nasce nel 1948 _ quest'anno compie quindi 70 anni _ come costola della Vespa, lo scooter inventato da Corradino D'Ascanio, il leggendario ingegnere-inventore di Popoli. La Vespa era nata nel 1946 per offrire un motociclo pratico, facile da guidare e soprattutto alla portata delle tasche degli italiani che si stavano faticosamente riprendendo dalla guerra e che avevano necessità di muoversi più velocemente senza dover necessariamente ricorrere all'automobile che al tempo pochissimi potevano permettersi. Alla Vespa, che aveva un motore da 125 cc, con piccole modifiche fu aggiunto un cassone che all'inizio poteva trasportare materiali per non più di 200 chili. L'Ape fu la svolta per tanti piccoli artigiani-imprenditori che così potevano disporre di un mezzo di trasporto con il quale caricare e scaricare merci per rifornire negozi oppure, come nel caso della fruttivendola Giovanna, avviare il commercio ambulante.
Il primo Ape (Ape A) negli anni fu modificato radicalmente e nacquero così il B e il C. Nel 1956 si giunse a quello più noto con la cabina e con una portata che arrivava a 350 chilogrammi. A quel punto l'Ape, in molti casi, diventò un piccolo negozio ambulante o un magazzino attrezzi per l'idraulico, il muratore, il falegname, l'elettricista. Uscirono pure versioni fantasiose come l'Ape Calesse che diventò una sorta di status symbol per i divi del tempo che correvano a farsi fotografare con l'Ape a fianco. Ci si sbizzarrì con i colori, l'avvio del motore da manuale diventò elettrico, le portiere da optional diventarono di serie. Modifiche che non tradirono mai l'idea originale che era quella di avere a disposizione un mezzo versatile – capace di andare laddove altri mezzi non andavano – un motore affidabile, basso consumo di carburante (all'inizio si utilizzò la miscela olio-benzina per poi passare a benzina e diesel), costo contenuto e la possibilità di guidarlo con un patentino, più o meno lo stesso che serve oggi per lo scooter. Al nome Ape, nel tempo, si aggiunsero numeri, lettere o parole a secondo del modello: D (1967, quello in cui il faro dal parafango viene spostato più in alto), Pentarò, che addirittura ha una portata di 7 quintali e ha 5 ruote, Mp (1968, il motore passa dietro), Mpv (arriva il volante al posto del manubrio tipo bicicletta, 50 (modello che segue la Vespa 50), Car (1971, più spazio in cabina e maggiore portata), Tm (1982, che nasce da un design di Giorgetto Giugiaro).
L'Ape ha svolto egregiamente la sua funzione anche nel post terremoto dell'Aquila. A volte come elemento simbolico: per esempio nell'ottobre del 2010 a Coppito, frazione del capoluogo, la Piaggio consegnò un Ape 50 a un asilo nido realizzato grazie a una raccolta di fondi. L'asilo fu chiamato Ape Tau (il nome origina dall'idea di realizzare un “alveare” per bambini) e qui l'Ape, oltre che essere utile per piccoli trasporti, richiamava il nome della struttura. L'Ape è stato decisivo per chi non si è arreso ed è voluto ripartire subito con un minimo di attività. È il caso della storia (che raccontiamo in basso) di due imprenditrici Paola D'Ettorre e Valentina Perilli, che con il loro Aperò attrezzato a cucina mobile parteciparono ad alcuni festival di street food portando in ogni angolo d'Italia la cucina abruzzese.
L'Ape insomma continua a far parte della storia italiana del secondo dopoguerra. Lo si vede ancora sulle strade ed è tra l'altro facile anche da sorpassare, vista la velocità relativamente bassa e il fatto che non occupa più di tanto la carreggiata. Spesso alla guida ci sono persone un po' avanti con gli anni che lo utilizzano magari per caricare contenitori con l'acqua per irrigare fazzoletti di terra coltivati a orto e poi portare a casa il raccolto. Spesso – mi permetto un inciso – sono anche fonte di ricordi e nostalgie. In un angolo di una baracca di legno costruita da mio padre decenni fa come ricovero attrezzi c'è ancora l'Ape (P50 prodotto dal 1980 al 1986) che era diventata la sua seconda casa. La utilizzava anche per fare la spesa con la lista che mia madre gli consegnava ogni mattina. Lui, la notte del terremoto del 2009 non ce l'ha fatta, l'Ape sì ed è lì a tenerne viva la memoria. La tentazione di rimetterlo in sesto e farlo ripartire è tanta. Non servirebbe a far tornare mio padre fra noi ma sarebbe un pezzo del suo mondo che si rimetterebbe in moto.
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