D’Agata: «Un vino “hot” ma dagli esiti diversi»

PESCARA. Ian D'Agata, tra i maggiori esperti di vino sulla scena internazionale, è anche l'autore di “Native Wine Grapes of Italy”, pubblicato dalla University of California Press dopo una gestazione...
PESCARA. Ian D'Agata, tra i maggiori esperti di vino sulla scena internazionale, è anche l'autore di “Native Wine Grapes of Italy”, pubblicato dalla University of California Press dopo una gestazione di 4 anni e forte di un nutrito bagaglio di visite e interviste sul campo. Un compendio scientifico di oltre 650 pagine che rappresenta il più completo lavoro mai scritto sui vitigni autoctoni italiani e i vini che ne nascono, come il Pecorino, «senza dubbio oggi il vino bianco più hot nel panorama nazionale» secondo D'Agata. Vitigno fortunato questo Pecorino... «Sembra proprio che nessuno riesca ad averne abbastanza. Le etichette con questo nome si sono moltiplicate negli ultimi anni, con aziende che prima non lo producevano affatto e che oggi invece sono molto interessate al Pecorino». Come lo presenterebbe? «E' un vitigno rustico, che si adatta bene a più terreni, le cui uve maturano facilmente, con accumuli zuccherini e quindi tenori alcolici nel vino finale potenzialmente notevoli. Ma il vitigno in sé non rende altrettanto bene dappertutto, perché si tratta, almeno in origine, di un vitigno di montagna e i risultati migliori si ottengono proprio ad altitudini non indifferenti. Oggi però, per via della sua grande popolarità, rischiamo una “pinotgrigiozzazione” del Pecorino che ormai viene piantato ovunque, anche in pianura». Con quali esiti al calice? «Non parlo necessariamente di vini “scarsi”, ma diversi da quello che il Pecorino può dare. E poi è un vitigno poco produttivo, generalmente innestato infatti su portainnesti vigorosi come il Kober 5BB o il P1103, mentre attualmente i nuovi cloni sono caratterizzati da capacità iperproduttive, cosa che rischia di diventare un'ulteriore forzatura. Esistono invece almeno tre biotipi diversi, facilmente riconoscibili ampelograficamente, ed è su questi che forse converrebbe lavorare». Insomma, l'exploit del Pecorino può subire derive modaiole non sempre felici. «Non dico queste cose per essere ipercritico, ma per portare un elemento di riflessione che ci aiuti a non depauperare quello che è un vero patrimonio abruzzese e anche marchigiano. Avete un grande vitigno e un grande vino, ma dovete tenerne alto il livello qualitativo per non rischiare di rovinargli la reputazione». Come vede il futuro del Pecorino? «Penso che abbia un futuro luminosissimo, più di altri vitigni autoctoni bianchi di alta qualità riscoperti da poco in Italia». ©RIPRODUZIONE RISERVATA

