E la vecchia carbonaia può combattere l’effetto serra

PETTORANO SUL GIZIO. Il mestiere del carbonaio è per antonomasia associato al bosco. Figura ormai quasi scomparsa, in passato e per secoli (almeno fino alla metà del '900), ha popolato i boschi dell'A...
PETTORANO SUL GIZIO. Il mestiere del carbonaio è per antonomasia associato al bosco. Figura ormai quasi scomparsa, in passato e per secoli (almeno fino alla metà del '900), ha popolato i boschi dell'Appennino per la produzione di carbone da utilizzare per fini domestici o per trasportarlo in città, dove veniva venduto per gli usi più vari. Il carbone vegetale veniva prodotto con il sistema della carbonaia trasformando la legna, preferibilmente di faggio, abete, larice, frassino, castagno, cerro, pino e pino mugo. Un metodo ancora usato in alcune regioni del sud come la Basilicata e la Calabria. A realizzare una carbonaia a Pettorano sul Gizio, nell'ambito della manifestazione "Vivi la foresta" organizzata da Meta comunicazione, è Vincenzo Gianforte, uno degli ultimi carbonai tornimpartesi, che ha all'attivo una serie di ricerche sul tema e a sua volta carbonaio. L'obiettivo di Gianforte è «non fare scomparire un mestiere su cui si è basato lo sviluppo delle antiche comunità pastorali», spiega, anche attraverso la raccolta di racconti, testimonianze e foto di vecchi carbonai di Tornimparte (uno dei paesi in cui questa attività era molto radicata) ormai scomparsi, della cui memoria è diventato depositario. L'ultimo carbonaio di Tornimparte è anche autore di testi specifici sulle carbonaie, pubblicati su varie riviste abruzzesi, e ha collaborato con il fotografo Luciano D'Angelo per realizzare il testo fotografico sui carbonai “L'oro del bosco”. Ma che cos'è una carbonaia? E' una sorta di montagnola conica, formata da un camino centrale e altri cunicoli di sfogo laterali, usati con lo scopo di regolare il tiraggio dell'aria. Il procedimento di produzione del carbone sfrutta una combustione imperfetta del legno, che avviene in condizioni di assenza di ossigenazione. Una carbonaia può arrivare a contenere anche 700 quintali di legna. Ogni zona d'Italia ha sviluppato termini specifici per definirla, differenti a seconda del dialetto parlato: a Tornimparte e a Guardiagrele, ad esempio, si chiama “catozzo”. L'arte del carbonaio un tempo era preziosa per il sostentamento della famiglia, ma è un metodo tutt'ora usato, oltre che nel sud Italia, anche in Giappone, dove è riportata in vita per contrastare l'effetto serra riducendo gli inquinanti presenti nel carbone prodotto in fabbrica. Un'attività che anche in Abruzzo potrebbe essere rivalutata.
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