Gran Sasso, parte un nuovo esperimento

Si chiama Darkside e scoverà la materia oscura. Lolli e Ferrone dell’Infn firmano il patto per 10 milioni di fondi pubblici
L’AQUILA. Nasce Noa, la Nuova Officina Assergi, all’interno del Lnfn del Gran Sasso. Ieri la stretta di mano tra il presidente dell’Istituto nazionale di fisica nucleare, Fernando Ferroni, e il vicepresidente della Regione, Giovanni Lolli. Un’infrastruttura industriale di ricerca per l’assemblaggio di fotosensori al silicio che diventerà parte integrante dei Laboratori di fisica, ad Assergi, un tassello per la realizzazione di uno degli esperimenti più importanti a livello planetario sulla materia oscura e sui neutrini: Darkside-20k. La materia oscura che ha catalizzato la formazione delle galassie e dei pianeti continuerà a essere indagata sotto la roccia del Gran Sasso, con il coinvolgimento, oltre dell’Infn soggetto attuatore, anche del Gssi, della Regione Abruzzo, dell’Università dell’Aquila e della Collaborazione internazionale DarkSide con migliaia di scienziati di tutto il mondo. La stretta di mano sancisce l’avvio della convenzione tra Regione e Infn per l’inserimento nel Masterplan Abruzzo del progetto Darkside 20k, che costerà 10 milioni di euro (nell’ambito del Programma Restart), di cui la gran parte provenienti dal 4% dei fondi post-sisma per lo sviluppo del cratere sismico 2009.
NOA. L’esperimento richiede soluzioni tecnologiche innovative connesse allo sviluppo di nuovi prodotti industriali di cruciale importanza (ad esempio per il progresso della diagnostica medica e dei trasporti), come i fotosensori al silicio, e ha bisogno di «una forte sinergia tra mondo scientifico, imprenditoriale, universitario e istituzionale», ha sottolineato Lolli nella sala di Palazzo Silone dedicata alle grandi occasioni, intitolata a Celestino V. Al suo fianco, oltre a Ferroni, anche il direttore dei Laboratori Stefano Ragazzi, il rettore del Gssi Eugenio Coccia, la rettrice Paola Inverardi, il responsabile di Darkside-20k Cristiano Galbiati e il futuro responsabile di Noa, Aldo Ianni, attualmente direttore del laboratorio sotterraneo di Canfranc, in Spagna. Noa vedrà la luce entro il 2019 e sarà dedicato alla produzione di fotosensori. Un ruolo cruciale lo avrà la multinazionale marsicana LFoundry, che produrrà i sensori dell’esperimento. Il cuore di Noa sarà incentrato sull’elettronica e sulla microelettronica. «Sarà l’inizio di una importantissima avventura che coniugherà pubblico e privato verso lo sviluppo di nuove tecnologie», ha commentato Ferroni, «ad esempio per LFoundry si apre un mercato importante come quello della medicina». La Noa sarà, inoltre, un punto di partenza anche per nuove realtà produttive, dove altre imprese e centri di ricerca potranno trovare tecnologie e strumenti d’avanguardia.
OCCUPAZIONE. Il progetto prevede la nascita di un polo tecnologico in cui saranno formati tecnici, ingegneri e ricercatori: non una ricaduta occupazionale nell’immediato, ma la creazione di un contesto di conoscenze e realtà necessarie per uno sviluppo nel medio e lungo periodo. «E infatti l’Università dell’Aquila punta a sviluppare proprio l’ingegneristica del settore», ha chiarito Inverardi. «La Noa mira a creare un sistema virtuoso di scambio con le imprese», ha spiegato Ragazzi.
NIENTE POLEMICHE. Nessun riferimento alle polemiche ambientaliste sulla sicurezza dei Laboratori e sull’inadempienza rispetto alla direttiva Seveso. «Non difendo soltanto la purezza della nostra acqua», ha detto Lolli, «ma anche l’importanza dei Lnfn».
PERSONALE. «In rapporto alla mole di lavoro e di ricerca che svolgono, i Laboratori vanno avanti con la metà del personale di cui hanno bisogno». A dirlo è stato il direttore Ragazzi: «Ci sono indicatori oggettivi che ce lo dicono e lo sto ricordando da qualche tempo al presidente dell’Infn. Il primo passo che si farà per Noa è il reclutamento del personale, altrimenti si parte con il piede sbagliato». Il rapporto numerico tra utenti scientifici (circa 950 l’anno) e personale del Laboratorio (tecnici, operai, amministrativi e così via) è di 10 a uno. «In un’infrastruttura di ricerca sana, la metà dei costi di funzionamento dovrebbe andare al personale: per quanto riguarda i Lnfn tale spesa», conclude Ragazzi, «è di circa un terzo».

