I Camplone, quasi una dinastia con le reti in mezzo al mare «Ma se va così, chiudiamo»

26 Luglio 2015

PESCARA. Il periodo più buio nella storia della famiglia Camplone, storica stirpe di pescatori di Borgo Marino, a Pescara, è stato durante l’alluvione del 1992, quando la forza del mare si portò via...

PESCARA. Il periodo più buio nella storia della famiglia Camplone, storica stirpe di pescatori di Borgo Marino, a Pescara, è stato durante l’alluvione del 1992, quando la forza del mare si portò via 4 barche lasciando i sette figli di Erminio con pochi soldi da parte e senza più i mezzi per andare a lavorare. «Siamo marinai e non conosciamo altri mestieri», racconta Massimo Camplone, classe 1955, «mio padre faceva il pescatore, mio nonno il pescatore e il papà di mio nonno pure il pescatore. Siamo nati “alla marina” come si dice qui e l’acqua salata ce l’abbiamo nelle vene. Ci hanno insegnato i valori di una volta: la fatica, l’umiltà e l’aiuto del prossimo. Dopo quella tragedia per due anni siamo stati fermi a terra, poi ci siamo rimboccati le maniche e mano a mano abbiamo comprato altre barche».

Oggi la famiglia Camplone può contare su cinque imbarcazioni medie e grandi (Sharon, Emily C, Iolanda madre, Nuova Zita ed Erminio padre) e su un’esperienza centenaria trasmessa di padre in figlio.

Cinque dei sette fratelli Marco, Massimo, Mario e i gemelli Antonio e Massimiliano sono pescatori, mentre le due donne Marina e Marilena vendono il pesce ai banchetti sulla banchina del molo sud. Con la forza tipica della gente di mare, sono riusciti a superare anche gli anni terribili della chiusura del porto di Pescara a causa dell’insabbiamento dei fondali, tra mille battaglie in piazza, blocchi stradali e proteste nei confronti dei rappresentanti delle istituzioni. Adesso si preparano a celebrare la 50ª edizione della festa di Sant’Andrea, patrono dei marinai, con la processione in mare di stamattina e i fuochi pirotecnici domani sera. «Avevo 13 anni», dice Massimo Camplone, conosciuto tra la gente della marina semplicemente come Massimuccio, «quando papà mi disse: “Se non vuoi andare a scuola ti porto in mare”. Pensavo che scherzasse e il giorno dopo marinai la scuola. Quella notte mi venne a prendere mentre dormivo e mi trascinò sulla barca tra mille urla. E’ stata la mia prima volta e da allora non ho mai smesso: prima a pesca solo in estate, poi a 16 anni presi il libretto di navigazione».

Oggi Massimo lavora ai mercati generali a Roma e al mercato ittico a Pescara, mentre due dei suoi fratelli si occupano delle barche. «Mio padre era poverissimo», aggiunge andando indietro con la memoria, «mi raccontava che durante la guerra doveva scegliere se pagare l’affitto oppure far mangiare i suoi 7 figli. Ha fatto sacrifici pesanti per costruire quello che abbiamo oggi, ma purtroppo la tradizione si sta perdendo e mi vergogno anche un po’ a dirlo. Questa è una passione che devi avere nel sangue», aggiunge, «un tempo si guadagnava abbastanza bene: se andavi al largo vicino alle coste della ex Jugoslavia, con 2-3 calate si stava bene per una settimana intera. È cambiato tutto: le leggi sono più severe, ci sono troppi controlli e il lavoro stesso è diminuito anche se le nuove tecnologie ci hanno reso la vita più facile».

Il timore dei pescatori di oggi è in una nuova legge comunitaria che prevede restrizioni severe per la pesca sotto costa e che entrerà in vigore in questi giorni: «Finora abbiamo buttato le reti fino a 40 miglia dalla costa adriatica, adesso vogliono chiudere metà del nostro mare, riservandoci una striscia di soli 20 metri. Pensano alla riproduzione degli scampetti e dei merluzzi, ma così andremo falliti tutti e sarà la fine della nostra storia ».

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