I fratelli Sorricchio medici per studi vignaioli per blasone

La tenuta Barone di Valforte è tra i colli teramani e aprutini 500 ettari, 200mila bottiglie, tecnologia d’avanguardia
SILVI. Guido e Francesco Sorricchio di Valforte sorridono appena sentono parlare di “ritorno alla terra”. Sul camino campeggia il blasone di famiglia che, al centro, ha una falce. Una “surricchia”, in dialetto, precisano i fratelli, discendenti dello Stefano Tosi, detto “Sorricchio”, che già alla fine del ’200 figurava come proprietario terriero. «Un richiamo incontrollabile della terra», ironizzano Guido, radiologo classe 1954, che segue l’azienda “Barone di Valforte” continuando nella Capitale la propria attività medica, e Francesco, più piccolo di tre anni, che invece ha abbandonato l’odontoiatria meno di un anno fa per dedicarsi completamente alla Cantina.
Quello che entrambi non abbandonerebbero mai è proprio la terra. Il loro “ritorno” è più che altro un nuovo inizio, grazie al nuovo impulso che hanno scelto di dare, a partire dal 2005, alle tenute di famiglia, tra i colli teramani e quelli aprutini. «Prima conducevamo l’azienda agricola in maniera tradizionale» spiegano i fratelli «poi ci siamo resi conto che era necessario darle una dimensione industriale oppure chiuderla, vendendo tutto in un momento buono, e vivere così sereni e contenti seduti sopra un pacco di Bot. Ma avremmo in qualche modo alienato una tradizione famigliare plurisecolare» continuano i Sorricchio «e proprio questa appartenenza è stato il richiamo ancestrale che ci ha condotto a investire per il futuro. Nessuno sceglie dove nascere e noi siamo stati dei privilegiati, ma abbiamo avvertito anche una responsabilità sociale di questa condizione, quasi un obbligo morale nei confronti degli antenati dai quali abbiamo ereditato tutto senza alcuno sforzo. Il nostro è stato così un approccio quasi “calvinista” con le proprietà, con il lavoro, tutelando una storia di famiglia che impone il dovere di essere consegnata alle nuove generazioni e al contempo i nostri dipendenti che ci seguono da anni lavorando quotidianamente con noi». Il quotidiano per i Sorricchio porta anzitutto il nome del vino, da sempre un punto di riferimento, dal quale hanno scelto di ripartire, anche con una buona dose di follia, scherzano i fratelli, e così da un mercato poco più che domestico oggi la “Barone di Valforte” è proiettata sul mercato internazionale, anche grazie a un importante accordo con il gruppo Illva Saronno, ed ha il proprio quartier generale a Silvi, in un antico casale dove la tradizione si coniuga con un’azienda vitivinicola tecnologizzata e green. «Siamo una realtà medio-piccola con delle grandi potenzialità di crescita», notano i due fratelli «ma non facciamo mai il passo più lungo della gamba, potremmo produrre mezzo milione di bottiglie ma per ora ci bastano le 200.000 vendute, soprattutto grazie all’export».
Un andamento positivo che non fa dimenticare ai Sorricchio le difficoltà e criticità del settore agricolo. «Il prodotto di qualità è un valore aggiunto ma le aziende non saprebbero camminare da sole se mancassero i supporti economici. Poi capita che ci sono i fondi ma non si sa come spenderli. Non sono stati ancora promulgati i decreti attuativi del nuovo Piano di Sviluppo Rurale e ci vogliono mesi e mesi solo per interpretare dei regolamenti che invece dovrebbero essere estremamente comprensibili».
Al passo coi tempi deve stare anche chi decide di “tornare alla terra”, secondo i Sorricchio. «L’approccio alla campagna oggi non può che essere manageriale», considerano i fratelli «la figura del proprietario terriero impegnato solo al momento della semina e della raccolta è scomparsa, c’è spazio per emergere ma bisogna calarsi in questa nuova dimensione. Non ci si inventa imprenditori agricoli, insomma, noi ci occupiamo di tutto, dalla coltura alla vendita, ma per le nuove generazioni è necessaria una specializzazione. Inoltre non si può prescindere dalla meccanizzazione innovativa, ma investire centinaia di migliaia di euro per mettere su una realtà come si deve è davvero dura, considerando la risposta economica che dà mediamente il mercato attuale».
«Poi, una volta partiti, bisogna fare i conti con un eccesso di burocrazia pressante che toglie risorse, tempo ed energie produttive all’azienda e ai titolari». E quando il discorso cade sulle nuove leve della famiglia Sorricchio e su un futuro nella terra, ancora una volta i due fratelli concordano. «Abbiamo lasciato i nostri quattro figli liberi di scegliere, ma ci auguriamo che almeno uno di loro voglia proseguire l’attività agricola. Al momento sono tutti impegnati con l’università ma, come è accaduto per noi, anche loro durante le vacanze fanno la gavetta in azienda, partendo dal basso. Perché» concludono Guido e Francesco, eredi della baronia di Valforte «per dire ad altri cosa fare devi prima averlo fatto».
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