I giudici: «Domenici non può tornare libero»

Il tribunale del riesame: Angelini è credibile, le sue accuse sono documentate
 

PESCARA. Angelini dice la verità, il re delle cliniche è attendibile, le sue accuse contro i politici sono documentate con riscontri bancari. Cinque pagine d’ordinanza, del tribunale del riesame dell’Aquila, composto dai giudici Cappa, Gargarella e Ciofani, blindano le accuse ipotizzate dal procuratore, Nicola Trifuoggi e dai sostituti Giuseppe Bellelli e Giampiero Di Florio.

E dicono no alla libertà per Vito Domenici: è promotore di un’associazione a delinquere, ha ottenuto una tangente di 500 mila euro da Angelini, è socialmente pericoloso.
L’ordinanza di custodia della procura, costata il carcere all’ex presidente della giunta regionale, Ottaviano Del Turco, supera così il primo banco di prova. Ma le 5 pagine del riesame diventano un precedente favorevole al pool dei pm anche per tutti gli altri ricorsi che saranno discussi e giudicati dal tribunale dell’Aquila il 7 agosto prossimo (da Del Turco, Quarta e Cesarone, a Masciarelli, Conga e Zelli).

Da ieri, Vincenzo Angelini, il grande accusatore di Sanitopoli, ha infatti una sorta di patente di attendibilità, per ciò che riguarda le sue rivelazioni contro Domenici. E appare difficile che lo stesso tribunale - tra otto giorni - faccia un improvviso dietrofront, e non creda più ad Angelini che lancia una valanga di accuse, come i 5,8 milioni di tangenti che dice di aver consegnato a Del Turco, Quarta e Cesarone. Oppure i 6 milioni che afferma di aver dato Conga.

«Questa ordinanza è per noi una pietra miliare» , commenta la procura. Il Centro è in grado di riportarla testualmente. Il tribunale esamina due punti. Il primo: Domenici poteva essere arrestato? Il secondo: l’ex consigliere ed ex assessore regionale alla Sanità del centrodestra, difeso dall’avvocato Francesco Carli, deve ancora rimanere agli arresti domiciliari? In entrambi i casi, la risposta dei giudici è sì.
 Sulla necessità di arrestare Domenici, il tribunale scrive che: «Il gip Di Fine, con estrema esaustività, elenca gli elementi indiziari a carico di Domenici, facendo una completa disamina degli atti attraverso i quali, nella sua qualità di assessore regionale alla Sanità, costruì, unitamente a Masciarelli, un sistema volto poi alla commissione a fine di profitto di varie tipologie di reato contro la pubblica amministrazione, con particolare riferimento ai reati di falso, abuso d’ufficio, truffa, corruzione e concussione». Fin qui è tutto chiaro. Il tribunale, quindi, dà credibilità al re delle cliniche.

«A Domenici», scrive, «è contestato il reato di cui al capo 19 (una tangente di mezzo milione di euro, ndr). Si dà atto degli accertamenti bancari che costituiscono riscontro alle dichiarazioni di Angelini. Deve inoltre rilevarsi come nella stessa ordinanza il gip dia atto con chiarezza dei motivi in base ai quali debba riconoscersi estrema attendibilità alla figura dell’Angelini, sia in ordine all’aspetto soggettivo che oggettivo, della coerenza logica del racconto di Angelini, dei motivi che lo avrebbero indotto a raccontare il vero, dei riscontri oggettivi di carattere documentale alle sue affermazioni».

Il riesame, poi, smonta la tesi dell’avvocato di Domenici secondo il quale la misura cautelare «perde di efficacia, in quanto non sarebbe stata data comunicazione al tribunale delle avvenute dimissioni del presidente della Regione». Ma i giudici replicano che «tale elemento riguarda la posizione di Del Turco, e non di Domenici».

Si passa ai motivi per i quali Domenici non merita la libertà. La difesa sostiene che «le condotte attribuite all’indagato sono vecchie di oltre un triennio». Il tribunale replica che: «in relazione alla lettera «a» dell’articolo 274 del codice di procedura penale (pericolo di inquinamento delle prove, ndr) si deve rilevare come alla luce delle tipologie delle condotte poste in essere dagli indagati, e dal Domenici stesso nella sua veste di promotore di un’associazione a delinquere, vi è il concreto pericolo di inquinamento probatorio, potendo gli indagati, e in particolare Domenici per la sua posizione di vertice, tuttora influire negativamente sulla raccolta del materiale probatorio».

Come può inquinare l’inchiesta? «Con incontri per l’elaborazione di versioni di comodo, tanto più alla luce dei contatti che taluni indagati hanno già tentato di avere con appartenenti alla polizia giudiziaria procedente o con altri organismi istituzionali».

I giudici non si stancano di ripetere che Domenici «è stato il promotore dell’associazione a delinquere che - per oltre un biennio, fino al cambio di amministrazione regionale - ha svolto con continuità il suo programma criminoso». Quindi si parla della mega tangente pagata da Angelini: «Non si può trascurare come Domenici, agendo in prima persona per ottenere dazioni di denaro nelle sue mani, lo abbia fatto in relazione alla rilevantissima somma di 500mila euro in un’unica soluzione».

La conclusione del tribunale è quasi caustica: «Tali circostanze evidenziano una elevatissima pericolosità sociale che, da parte di Domenici, anche a prescindere dalla attualità della carica di consigliere regionale, può con estrema probabilità dar luogo alla commissione di ulteriori reati». Quindi libertà negata.

IL GIP: ANCHE BOSCHETTI DEVE RIMANERE DENTRO
Crac ex Delverde Fissata l’udienza per l’ex capo Fira

PESCARA. «L’inchiesta prosegue senza interruzioni e resta intatto il pericolo di inquinamento delle prove». Con questa motivazione il gip Maria Michela Di Fine ha negato ieri la libertà anche all’ex assessore alle Attività produttive Antonio Boschetti che dal 14 luglio si trova nel carcere di Lanciano. Il giudice, che ha aderito al parere negativo già espresso dai pm, ha respinto l’istanza di revoca della misura cautelare presentata dall’avvocato Giovanni Cerella il quale, ora, punta al tribunale del Riesame. Intanto Lamberto Quarta, che si trova nel carcere di San Donato a Pescara, si è dimesso da segretario generale della presidenza della giunta regionale e da presidente della società regionale «Abruzzo Engineering spa».

Il gip, nella motivazione, elenca tre ordini di ragioni che stanno alla base del provvedimento di rigetto. Il primo: «Permane il pericolo di inquinamento delle prove perché, in riferimento alla gravità del quadro cautelare dell’ordinanza, non è stato apportato alcun elemento decisivo per suffragare l’insussistenza o l’attenuazione delle esigenze cautelari». Insomma, i due interrogatori ai quali è stato sottoposto Boschetti non hanno fornito nulla di nuovo rispetto al quadro iniziale.

Il secondo: «Proseguendo senza interruzioni l’attività istruttoria permane l’esigenza di tutelare il pericolo di inquinamento delle prove». Il terzo: «Non sono rilevanti le dimissioni dell’indagato».

Ora Boschetti punta sul tribunale della libertà. La richiesta di Riesame sull’ordinanza è stata depositata ma l’udienza non è stata ancora fissata. L’avvocato Cerella preannuncia anche l’appello contro l’ordinanza di rigetto. Fissate, invece al 7 agosto, le udienze davanti ai giudici del tribunale del Riesame che valuteranno, nello stesso giorno, le posizioni di otto accusati. Si tratta di Del Turco, Quarta, Masciarelli, Bucciarelli, Conga, Cesarone, Zelli e Di Stanislao.

Per Giancarlo Masciarelli, ex capo della Fira, è stata stabilita la data in cui si deciderà il suo rinvio a giudizio, e quello di altri 13, nell’ambito di un’altra inchiesta che lo vede coinvolto, quella sul fallimento dell’ex Delverde. L’udienza è stata fissata al 7 maggio 2009.