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18 marzo

18 Marzo 2026

Oggi, ma nel 1873, a Incisa Valdarno, in provincia di Firenze, Callisto Grandi, detto “Carlino”, metteva a segno il primo dei suoi quattro omicidi seriali, quello di Luigi “Luigino” Bonechi, di 3 anni. Verrà soprannominato “L’ammazzabambini” per la giovane età delle sue prede. Il 2 febbraio 1875, nel capoluogo toscano, sarà la volta di Arturo Degli Innocenti, di 4. Il 21 agosto, a Figline Valdarno, toccherà a Fortunato Paladini, di 9. E il giorno dopo, il 22 agosto, sempre nel medesimo luogo, ad Angelo Martelli, di 7. Quello destinato a diventare tra i più tristemente noti serial killer attivi nel Belpaese nella seconda metà dell’Ottocento (nella foto, particolare, eternato nello scatto attribuito ad Enrico Morselli e custodito nel Museo criminologico di Torino intitolato alla memoria di Cesare Lombroso) verrà arrestato, dalla guardia municipale Fortunato Piccioli, il 29 agosto 1875, a Figline Valdarno, a ridosso della sua bottega di carradore di via Francesco Petrarca. Nel sottoscala del laboratorio spunteranno i corpi putrefatti delle quattro piccole vittime. L’assassino confesserà i quattro delitti. Seppellirà ancora vivi gli sventurati mentre schiaccerà loro la testa con una ruota di carro. Almeno stando a quanto verrà appurato attraverso le rispettive autopsie. Il seviziatore motiverà le sue azioni specificando come tutti e quattro i giovanissimi malcapitati lo avessero preso in giro per il suo aspetto. Era quasi nano, aveva la testa senza capelli e di grandezza sproporzionata rispetto al resto del corpo, che comunque era rachitico, aveva un piede con sei dita e un occhio guercio. Ed in più gli avessero combinato scherzi spietati. L’iter processuale comincerà, nel tribunale fiorentino, il 18 dicembre 1876. Il 29 dicembre verrà condannato: a 20 anni di reclusione. Il già menzionato Lombroso, ritenuto il padre dello studio dell’antropologia criminale ottocentesca, sosterrà la connotazione del soggetto come affetto da cretinismo, da istinti feroci e da comportamenti tendenzialmente crudeli. Come era già accaduto per Giorgio Orsolano, alias “La iena di San Giorgio”, poiché nativo di San Giorgio Canavese, in quel di Torino. O Vincenzo Verzeni, da Bottanuco di Bergamo. O succederà per il torinese Giovanni Gioli. Tornando a Grandi, fino al 1895 rimarrà nel carcere fiorentino delle Murate per poi transitare nel reclusorio psichiatrico di via di San Salvi, sempre a Firenze, dove passerà a miglior vita l’1 marzo 1911, a 61 anni. Tutta la vicenda verrà rievocata da Patrizia Guarnieri nelle 244 pagine del saggio “L’ammazzabambini. Legge e scienza in un processo di fine Ottocento”, che sarà edito da Laterza, di Torino, nel 1988.