PESCARA
Si ferma in semifinale il sogno dell’Italia del baseball, ma resta un’impresa che entra nella storia. Al World Baseball Classic gli azzurri chiudono tra le prime quattro del mondo dopo un cammino straordinario, impreziosito dalle vittorie contro Stati Uniti e Messico e da un percorso da imbattuti fino alla sfida con il Venezuela. A Miami un match combattuto finisce 4-2 per i sudamericani, capaci di ribaltare il match al settimo inning con tre punti decisivi, davanti a uno stadio colorato quasi per intero dai colori venezuelani. Numeri alla mano un percorso meraviglioso per la nostra compagine, cinque vittorie su sei partite, miglior risultato di sempre e un torneo che ha riscritto la storia del baseball azzurro.
Dentro questa cavalcata c’è sangue abruzzese.
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Il volto simbolo è quello del capitano Vincent “Vinnie” Pasquantino, in forza ai Kansas City Royals. Le sue radici affondano in provincia dell’Aquila più precisamente Ofena, da dove partì il bisnonno Pasquantonio. È lui il leader carismatico e tecnico della nazionale, quello che dopo l’impresa ha raccontato cosa significa indossare quella maglia: «Penso a quello che ho scritto sulla schiena. Ma no, non per me stesso. Per la mia famiglia». E ancora: «Ogni domenica a pranzo nonno Denny mi parlava dell’Italia. Adesso lo fa nelle telefonate con gli amici». Continua l’italo americano classe 1997: «Il giorno più bello nella storia del baseball italiano». Parole che arrivano anche in risposta alle critiche piovute dopo la vittoria sugli Usa, quando , dopo la vittoria italiana sulla squadra di casa, qualcuno ha messo in dubbio l’italianità di un team composto in gran parte da oriundi.
Una polemica rispedita al mittente proprio dall’orgoglio di chi rivendica le proprie radici, quelle di famiglie partite dall’Italia in cerca di un futuro migliore. Non è un caso che nel gruppo ci siano storie simili, come quella di Sam Antonacci, con un antenato emigrato da Calascio, o di tanti altri giocatori cresciuti tra Stati Uniti, Canada e Venezuela, ma il senso di appartenenza è diventato il vero collante, anche grazie al lavoro della Federazione che negli anni ha ricostruito legami genealogici e identità. Nello spogliatoio si respira un senso di italianità particolare, fatta di dettagli e rituali: dopo ogni fuoricampo spunta un espresso, bevuto quasi come un gesto scaramantico. E a guidare il rito è proprio il capitano Pasquantino, che porta con sé una macchina per il caffè. Iconica la foto mentre lo serve a un compagno per festeggiare.
Uno spirito forte che racconta il manager Francisco Cervelli: «Questa squadra ha dimostrato di avere carattere… l’importante è vincere». E che Andrew Fischer sintetizza così: «Siamo molto uniti, quasi un corpo solo». La sconfitta in semifinale non cancella nulla: resta una nazionale che ha battuto giganti, acceso entusiasmo, con la testa già rivolta agli Europei e a Los Angeles 2028. Resta l’impresa, il messaggio profondo che l’identità italiana e abruzzese non si misura nell’ospedale in cui uno nasce ma tramite la memoria che attraversa generazioni. E che può riemergere, anche a migliaia di chilometri di distanza, con una maglia azzurra addosso e un cognome che racconta da dove tutto è cominciato.