I giudici reagiscono Pronti a denunciare chi li ha attaccati

15 Maggio 2015

CHIETI. I giudici non restano a guardare. Il giorno dopo l’articolo che li accusa s’incontrano in tribunale. È un vero e proprio vertice. E la voce che si sparge tra le aule di giustizia è che...

CHIETI. I giudici non restano a guardare. Il giorno dopo l’articolo che li accusa s’incontrano in tribunale. È un vero e proprio vertice. E la voce che si sparge tra le aule di giustizia è che sarebbe già pronta una denuncia per diffamazione. Ma di voce se ne diffonde anche un’altra, ed è quella dell’arrivo imminente degli ispettori del ministero. Sono voci. Di certo c’è che ieri mattina Paolo Di Geronimo, l’autore della sentenza che ha assolto i 19 imputati del processo Bussi, è rientrato a Chieti. Il motivo ufficiale? Un computer portatile da riparare. Ma non è così. Il giudice d’origini molisane che ha scritto le 188 pagine di sentenza motivando l’assenza del dolo e quindi assolvendo gli imputati dall’avvelenamento delle acque, lavora a Roma, al Massimario della Cassazione, dall’inizio di febbraio. Ha lasciato il suo incarico a Chieti pochi giorni dopo il deposito delle motivazioni della sentenza. Era a latere del presidente Camillo Romadini che a sua volta era subentrato a Geremia Spiniello, il presidente del tribunale e della Corte d’Assise di Chieti ricusato dagli avvocati Montedison per una frase, «Daremo giustizia al territorio», detta ai giornalisti ancor prima che il processo cominciasse.

I tre giudici si sono incontrati ieri al primo piano del tribunale. Il colloquio è durato oltre un’ora. Nulla trapela sulle loro decisioni. Ma dalle poche parole che Di Geronimo pronuncia, senza entrare nel merito di quanto accaduto, senza cioè commentare le dichiarazioni delle due giurate non togate riportare dal giornale di Marco Travaglio, s’intuisce la linea scelta: «Non bisogna perdere di vista i fatti», afferma l’estensore della sentenza. E i fatti sono una sentenza e un processo in cui non emerge alcuna prova dell’avvelenamento delle acque, del dolo e dell’esistenza di vittime. Non risponde Di Geronimo alla domanda sulla diffamazione ai giudici. Ma sulla rivelazione del segreto della camera di consiglio dice: «L’inchiesta parte d’ufficio».