Il forziere di Taranta: 6 su 10 hanno reddito

Il paese delle coperte primo in regione per dichiaranti Irpef
TARANTA PELIGNA. Il codice L047 qui è come una password immaginaria che apre il forziere di Paperon de’ Paperoni. Certo, almeno nei contenuti il caveaux dello Zione, il papero più ricco del mondo, è ineguagliabile. Ma in questo borgo ai piedi del versante orientale della Maiella, quell’acronimo, condensato da una lettera e tre cifre, evoca lavoro, terreni, fabbricati, capitali. In una parola: ricchezza. Beh, forse in tempi di stenti come questi che viviamo, sarebbe meglio racchiudere il tutto in una sola voce più alla portata di molti: reddito. Qualunque ne sia l’origine tra rendite, guadagni, quote, partecipazioni, pensioni, corrispettivi, interessi o altro, il codice L047 è osannato dal fisco e benedetto dall’Agenzia delle entrate. Quella sigla alfanumerica che conclude il codice fiscale di chi risiede nel paese sulla sponda sinistra del fiume Aventino, non è altro che il codice catastale del comune al primo posto in Abruzzo e, ovviamente, in provincia di Chieti, per numero di dichiaranti Irpef. A Taranta Peligna (“Tarantola” fino al 1881), 180 famiglie, borgo delle Grotte del Cavallone, sede del sacrario della Brigata Maiella, ex capitale dei tessuti e delle coperte, uno dei pochi centri in Abruzzo ad avere istituito il registro delle unioni civili, su 396 abitanti, 248 dichiarano redditi allo Stato: il 62,6% della popolazione. L’importo complessivo di quelle somme “svelate” al fisco ammonta a 4.674.096 di euro, pari alla media di 18.847 euro per dichiarante e a 11.803 euro, sempre medi, per residente (fonte Comuni.italiani). Vista l’esiguità della popolazione, non è che si trovi qui il forziere del papero più ricco del mondo, ma Taranta Peligna resta comunque il terzo paese del Chietino, dopo il capoluogo e Fara San Martino, col reddito medio pro capite più alto.
Mercanti, pastori e operai. Certo, sono lontani i tempi in cui la lana di Taranta era diffusa in tutto il mondo, quando la rivoluzione industriale arrivò nella valle dai fenomeni carsici, mentre in altri luoghi dell’Abruzzo Citeriore, come ricordano qui, si respirava ancora l’aria dell’istituto del feudo. Mercanti, pastori transumanti e operai: sono stati loro l’anima di questo borgo fino a renderlo finanziariamente virtuoso. Tanto da conferirgli l’esenzione dai balzelli reali per la produzione di vele agli arsenali napoletani.
Quei pacchi di 730. Sarà un caso ma all’ingresso del municipio, al civico 5 della piazzetta che sovrasta la centrale via Roma, dopo la seconda porta, due pile di modelli 730/2014 sono già pronte per i contribuenti del fisco con le annesse istruzioni di 84 pagine sulla compilazione, visto che un Caf in paese non c’è. Ma qui devono essere come tanti robottini nelle risposte alle domande stampigliate su quei modelli e distribuite tra cinque fogli di dati fiscali, quadri repilogativi, destinazione dell’8 e del 5 per mille, evidenziati dai colori rosa e nero. Tra i cartelli affissi al muro del piano terra del palazzo comunale, ce n’è uno che annuncia come a gennaio il borgo abbia raggiunto l’81% di raccolta differenziata dei rifiuti. Anche questo è un record nel paese che tra due settimane torna alle urne per eleggere sindaco e consiglio comunale.
Le elezioni amministrative. E l’argomento “ricchezza-reddito” entra a pieno titolo tra i temi dibattuti nella campagna elettorale. «In effetti i senza reddito qui sono pochi», sostiene il sindaco uscente, Marcello Di Martino, 58 anni, agronomo, presidente nazionale dell’Associazione città delle Grotte, ricandidato, «certo, non abbiamo la piena occupazione, c’è chi cerca lavoro soprattutto nella fascia dai 25 ai 35 anni, ma di questi tempi bisogna creare la cultura giusta che invita a mettersi in proprio. Ci sono opportunità occupazionali che meritano più consapevolezza culturale. Una ventina di giovani hanno trovato lavoro nel sistema delle Grotte del Cavallone, assunti tramite cooperativa o con il sistema dei vaucher: percepiscono redditi e pagano le imposte. Altrettanto è stato fatto con il Parco fluviale. Sono nati un bad&breakfast, una locanda e un agriturismo. Puntiamo anche a un ostello: in questo modo riusciamo a dare ospitalità almeno a un pullman di turisti. Molti in paese sono pensionati che hanno lavorato per una vita. Il grosso degli occupati, invece, più che nei pastifici di Fara San Martino sta alla Sevel, prima anche alla Honda. Alcuni metalmeccanici si sono saputi mettere in discussione con la crisi che ha investito la Val di Sangro. Fino agli anni Settanta», sottolinea Di Martino, «i lanifici realizzavano qualcosa come 400 mila coperte l’anno dando occupazione a 170 residenti. Si preferiva lavorare nei lanifici anzichè nei pastifici». Ubaldo Di Santo, 58 anni, imprenditore, è lo sfidante di Di Martino. «Dai dati di cui dispongo è facile desumere che Taranta è un paese di pensionati, pari al 40,98%, generalmente con pensioni a basso reddito. Il 22,68% è fatto di lavoratori dipendenti in gran parte delle industrie della Val di Sangro: in molti casi quella occupazione rappresenta l’unico reddito per le loro famiglie. Il dato preoccupante è dato dai disoccupati al 15,03%, calcolato sul totale degli abitanti che aumenta considerevolmente se lo si valuta sulla popolazione in età lavorativa. Questa disoccupazione», sottolinea Di Santo, «viene parzialmente e temporaneamente arginata con lavori occasionali e stagionali legati principalmente al turismo e che non superano i due mesi l’anno e con una retribuzione che, oltre a non essere rilevante ai fini fiscali, non è adeguata alle esigenze finanziarie di una famiglia. I lavoratori autonomi, principalmente nel campo dell’edilizia e del commercio, rappresentano il 7,65%. Non mancano persone bisognose di assistenza a livello sociale. Ecco, Taranta non è un’isola felice ma un paese che ha bisogno di iniziative che riducano lo spopolamento, che creino nuove opportunità di lavoro, consolidino le attività esistenti e a mettano i giovani nelle condizioni di costruirsi un futuro con un lavoro stabile. La realtà che emerge dalle statistiche ufficiali, seppur lusinghiera, è una realtà di pochi ma non di tutti i tarantolesi».
I giovani e i servizi. Luca Auciello, 31 anni, è presidente della cooperativa Radici che gestisce il parco fluviale delle Acquevive, e direttore dell’area verde. «Abbiamo iniziato quest’avventuta due anni fa», racconta, «e rilasciamo scontrini anche per una consumazione al bar di pochi centesimi. Abbiamo un giovane a tempo con un contratto che potrebbe essere trasformato in indeterminato, cinque collaboratori occasionali, quasi tutti di Taranta, che fanno anche i camerieri e aiutano al verde del parco e che paghiamo con i vaucher. Diverse sono le ditte che investiamo nel catering e in altri servizi. Ecco, puntiamo a far muovere qualcosa piuttosto che a fare cassa. Lo scorso anno abbiamo avuto 2.700 visitatori-paganti». «Siamo orgogliosi di dare lavoro ai giovani di Taranta», gli fa eco Nico Madonna, 35 anni, presidente della società Idea Maiella che gestisce le visite nelle Grotte del Cavallone, il ristorante e il bar annesso, «che altrimenti dovrebbero andare via dal paese per trovare la prima occupazine. Tutto questo anche se il nostro lavoro così non garantisce redditi alti che permettono di presentare le dichiarazioni Irpef. Ma diamo comunque risorse a una quindicina di persone con diverse tipologie di contratto. Lo scorso anno alle Grotte abbiamo avuto 6.500 visitatori, in calo negli ultimi anni».
Testimonianze e racconti. Giovanni Santarelli, sindaco dal 1980 al 1990 e vicesindaco dal 1960 all'80, insegnante in pensione nelle scuole medie, non ha dubbi: quel primato è dovuto alla probità dei suoi concittadini nei confronti a sua maestà il fisco. «La gente di qui è leale e onesta», sostiene Santarelli, «una volta, quando i due lanifici lavoravano a pieno regime, gli occupati, essendo dipendenti, pagavano tutte le tasse obbligatoriamente fino all’ultima lira. E quell’abitudine si è perpetuata fino a oggi: ecco, siamo avvezzi a pagare ogni tipo di balzello». I lanifici sono stati un pezzo di storia gloriosa di questo territorio. Come quello di Gaetano Merlino, quarta generazione del fondatore Vincenzo, 1870. Proprio in questa zona, nell’800 è nata la famosa coperta abruzzese “di Taranta”: quella pesante, colorata e, soprattutto, senza il dritto e il rovescio e tale da essere utilizzate nei due lati. Un successo nell'intreccio tra ingegno e manifattura. Secondo Graziano Merlino, ex sindaco, ex direttore di sede della Banca d’Italia e che nel suo mandato da dirigente ha lavorato in 12 città, «non si è ancora esaurita la generazione operaia del paese che traeva lavoro da lanifici e centrale elettrica. Quella popolazione è oggi invecchiata, sta in pensione e denuncia i redditi percepiti, come faccio io. Molti sono proprietari della casa che abitano, altri hanno seconde case. Qualche rendita c’è. Ma dire che il paese è ricco è una forzatura: la stragrande maggioranza della popolazione è fatta di operai e non mi pare che si possa dire che gli operai siano ricchi. Sono stato sindaco e all’epoca di disoccupati non ce n’erano. Taranta è così». Una testimonianza al femminile la dà la professoressa Giovanna Masciarelli. «Quando i lanifici erano in piena attività», racconta, «queste aziende garantivano la piena occupazione. E molte erano le donne impegnate ai telai e alle filande: ciò ha oggi le sue ripercussioni sulle pensioni. Non trascuriamo che diversi giovani trovano lavoro alle Grotte e alle Acquevive. Alcuni, poi, sono impegnati in cooperative che curano il trasporto con i Tir per conto dei pastifici di Fara San Martino. Ecco, siamo un paese civile».
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