In Abruzzo gli stipendi al ribasso. La paga è di 20mila euro l’anno

I dipendenti qui incassano 4mila euro in meno della media nazionale, il nodo della produttività
L’AQUILA
Al Sud si lavora meno che al Nord. E, ovviamente, gli stipendi risultano più bassi. Con l’Abruzzo che non fa eccezione: la retribuzione media annua supera di pochissimo i 20mila euro, nettamente inferiore a quella nazionale.
In Italia, nel 2024, le giornate lavorative sono state 246,5 con una forte differenza territoriale. Al Nord, la media si è attestata su 255 giorni all’anno, mentre nel Mezzogiorno ci si è fermati a 228: un divario di 27 giornate, pari a quasi un mese di lavoro in più ogni anno per i dipendenti settentrionali. Per quanto riguarda l’Abruzzo, la provincia dove si è lavorato di più è Chieti, al 57° posto nella classifica nazionale, con 240,7 ore di lavoro in un anno. Seguono Pescara al 66° posto con 236,4 ore e L’Aquila, che occupa la 70ª posizione con 234,8 ore di lavoro annue. Ultima Teramo, 82° posto, con 229,3 ore.
Anche sul fronte delle retribuzioni il divario è significativo. La paga media giornaliera ha raggiunto 108 euro al Nord, contro gli 80 euro al Sud e un differenziale del 36% a favore dei lavoratori del settentrione. Una distanza che si riflette anche sulla produttività: al Nord, infatti, è stata superiore del 36% rispetto al Mezzogiorno. A certificarlo, in un recente report, è l’Ufficio studi della Cgia di Mestre, che diffonde anche la classifica desti stipendi medi annui. Il quadro che emerge certifica uno dei principali squilibri strutturali dell’economia italiana, dove differenze nei giorni lavorati, nelle retribuzioni e nella produttività finiscono per alimentarsi reciprocamente.
L’Abruzzo occupa l’11° posto in Italia, esattamente a metà classifica, per produttività nel 2023, con un valore inferiore alla media nazionale anche sul fronte della retribuzione: ogni giornata lavorativa viene pagata mediamente 37,94 euro, il 12,2% in meno rispetto alla media italiana che si attesta a 43,20 euro. Quanto alla retribuzione annua, riferita stavolta al 2024, il dato appare in leggero miglioramento rispetto all’anno precedente, ma non abbastanza da raggiungere il livello italiano: i lavoratori abruzzesi hanno percepito in media 20.339 euro con una retribuzione giornaliera di 86,28 euro. In Italia lo stipendio medio annuo è di 24.486 euro e ad ogni giornata lavorativa corrispondono 99,32 euro. Un gap tra Nord e Sud dovuto, secondo la Cgia, alla precarietà, al ricorso a part-time, ai contratti stagionali e al lavoro nero.
«Al Sud si lavora meno non per una minore propensione all’occupazione», spiega la Cgia, «ma a causa della diffusione del lavoro nero che, nel Mezzogiorno, raggiunge dimensioni significative. Trattandosi di lavoro illegale, infatti, queste ore non vengono conteggiate nel monte ore complessivo. Il risultato è che il dato ufficiale sottostima le ore effettivamente lavorate, con una parte dell'impiego svolto che resta fuori dalle statistiche».
A livello provinciale è Lecco a registrare il numero medio di giornate retribuite più elevato d’Italia (265,4). Seguono Biella (263,9), Vicenza (263,4), Monza-Brianza (263,3). Chieti conta 240,7 ore retribuite in un anno, Pescara 236,4, L’Aquila 234,8 e Teramo 229,3.
«Per quanto riguarda il Nord», evidenzia la relazione della Cgia, «parliamo di realtà territoriali storicamente ad alta vocazione manifatturiera, dove nella stragrande maggioranza dei casi le imprese di media e grande dimensione lavorano a ciclo continuo».
In coda alla classifica figurano Rimini (212 ore), Nuoro (205) e Vibo Valentia (195). I dati Inps distinguono i lavoratori dipendenti in base a due elementi fondamentali: l’intensità del lavoro (tempo pieno o part- time) e la continuità dell'occupazione durante l’anno. In merito ai cosiddetti lavoratori poveri, nella maggior parte dei casi, il problema non è il salario orario troppo basso, ma il fatto che si lavora poco durante l’anno anche per un numero insufficiente di ore settimanali.
Quanto al dibattito relativo al salario minimo, l’Ufficio studi della Cgia sostiene che «intervenire esclusivamente sulla paga oraria rischia di non essere sufficiente per favorire la giusta retribuzione: se una persona lavora poche ore a settimana o solo per alcuni mesi l’anno, il problema del reddito insufficiente può persistere anche in presenza di una paga oraria più elevata. Per questo, vanno praticate politiche mirate a favorire occupazione stabile, continuità lavorativa e trasformazione dei rapporti part-time involontari in contratti a tempo pieno, oltre a interventi sulla produttività dei settori più fragili. Nelle aree del Paese dove la produttività è più elevata, è naturale che anche gli stipendi medi risultino più alti. Il divario retributivo tra Nord e Sud resta significativo», conclude la Cgia, «le multinazionali, le imprese medio- grandi e le società finanziarie, che tendenzialmente riconoscono ai propri dipendenti stipendi ben più elevati della media, si concentrano soprattutto al Centro-Nord. Non solo: in queste realtà la quota di personale con qualifiche apicali e manageriali sul totale degli occupati è molto alta».

