In fuga dall’Abruzzo interno. Un abitante su 5 lascia i paesi

Spopolamento, denatalità e invecchiamento: l’equilibrio dell’entroterra è a rischio
L’AQUILA
L’equilibrio delle aree interne è messo a rischio dall’invecchiamento, dalla denatalità e dalla fuga dei giovani talenti. A certificarlo sono i numeri: in Abruzzo, i 202 comuni che ne fanno parte hanno perso, tra il 2015 e il 2026, 116mila abitanti, ovvero il 20,5% della popolazione. Percentuale che sale al 28,8% nei centri inseriti nella Strategia nazionale per le aree interne, dove i residenti sono diminuiti di quasi 59mila unità. Un valore decisamente superiore a quello medio dell’Abruzzo (-4,4%) e dell’Appennino centrale (-3,7%). È una delle grandi emergenze individuate nel report “Economia, attrattività e direttrici di sviluppo delle aree interne dell’Abruzzo. Opportunità di rilancio per l’Appennino Centrale”, a cura di Eures e della Uil, presentato ieri, all’Aquila, nell’incontro “Aree interne 2030. La ripresa possibile che diventa lavoro, comunità, futuro” organizzato da Uil Abruzzo, Uniat, Adoc Abruzzo e patrocinato dal Comune dell’Aquila. L’evento, che ha visto la presenza del segretario generale della Uil, Pierpaolo Bombardieri, è stato moderato dal giornalista del Centro Stefano Dascoli. Un approfondimento da cui partire per proporre un modello di gestione dei comuni montani dell’Appennino centrale «che riesca a contrastare lo spopolamento e tutelare i servizi essenziali per la cittadinanza, dalla salute alla scuola fino alla mobilità».
La base della programmazione è rappresentata dai dati, che analizzano tutte le criticità delle zone marginali. E se le aree interne abruzzesi hanno perso, in dieci anni, oltre il 20% della popolazione, il dato si aggrava se si analizza la disaggregazione per classi di età. «La desertificazione demografica coinvolge tutte le fasce d’età», spiega il presidente dell’Istituto Eures Fabio Piacenti, «ma assume dimensioni allarmanti per la componente dei minori di 15 anni che diminuiscono, tra il 2015 e il 2026, del 33% nelle aree interne e del 40,2% nei comuni Snai, contro il 17,3% del totale del totale regionale. Su questa criticità il dibattito pubblico si mostra particolarmente accesso: da un lato, infatti, emerge un approccio orientato al “realismo demografico”, che punta a ottimizzare la spesa, rispondendo al progressivo invecchiamento della popolazione attraverso l’offerta di servizi. Dall’altro si rifiuta l’idea di un declino irreversibile e si sostiene la possibilità di un cambiamento di direzione, puntando sulle possibilità della Strategia Nazionale di poter determinare le condizioni sociali, istituzionali, economiche e occupazionali necessarie a raggiungere questo obiettivo».
Nella tenuta dell’equilibrio demografico, svolge un ruolo significativo la componente degli stranieri che complessivamente, in Abruzzo, nel 2026 rappresentano il 7,5% della popolazione residente totale a fronte dell’11,2% della media nazionale. Tale percentuale scende al 6,6% nell’insieme delle aree interne della regione, raggiungendo il 7,9% nei soli comuni Snai, con una punta del 9,3% in quelli della provincia dell’Aquila, dove si contano 11.548 residenti stranieri, con una crescita moderata rispetto al 2015 (+2,9% rispetto al +13,3% del totale regionale).
«Se tale dinamica sembra indicare un rallentamento della capacità attrattiva di questi territori, concentrando l’attenzione sul saldo migratorio, ovvero sul rapporto tra iscrizioni e cancellazioni in anagrafe», sottolinea Piacenti, «appare del tutto evidente come sia soltanto la componente straniera a frenare lo spopolamento: nel 2025, in Abruzzo, il saldo migratorio degli stranieri risulta infatti positivo di 6,7 mila residenti, a fronte di una perdita di 678 unità per quello degli italiani. Analogamente nei 202 comuni delle zone interne le nuove iscrizioni di residenti stranieri superano le cancellazioni di 1.929 unità, a fronte di un saldo negativo di 814 unità per gli italiani».
Un altro dato che fa riflettere è quello relativo al sistema produttivo e del mercato del lavoro. Il report evidenzia come «tra il 2019 e il 2025 le imprese nelle aree interne dell’Abruzzo sono diminuite del 4%, così come in Italia, mentre su scala regionale la contrazione è pari al 2,9%. Le imprese localizzate nei comuni che fanno parte della Strategia nazionale delle aree interne sono, invece, diminuite del 5,5% con la perdita di 1.016 unità. Tale risultato non sembra segnalare, tuttavia, un indebolimento del tessuto produttivo: nello stesso periodo, infatti, gli addetti aumentano del 4,9% nei comuni Snai, del 3,2% nelle aree interne e di 0,3 addetti su scala regionale, a fronte del +0,4 della media in Italia».
Per quanto riguarda i settori di attività, i dati evidenziano la forte vocazione agricola, dove quasi un’impresa su quattro (il 24,3%) lavora nel settore primario. Per l’occupazione, tra il 2019 e il 2024, infatti, l’incidenza degli occupati sulla popolazione con più di 15 anni aumenta di 1,9 punti percentuali nei comuni Snai, raggiungendo il 43,7%, un valore che resta, tuttavia, inferiore a quello regionale (46,5%). Gli inattivi, in queste aree, raggiungono quota 52,9% contro il 49,7% dell’Abruzzo.

