L’energia diventa “strategica” L’Abruzzo dovrà trivellare?

3 Settembre 2014

Il decreto sblocca-Italia toglie molti vincoli alla petrolizzazione e al trasporto di gas Ambientalisti in allarme. Il costituzionalista Di Salvatore: si rischia una legislazione d’emergenza

PESCARA. Reggerà il fronte dei (tanti) “No” allo sblocca-tutto messo in pista da Matteo Renzi nel suo programma dei Mille giorni? Le preoccupazioni maggiori si registrano all’interno del fronte anti-petrolio, dove la bozza di decreto presentata alla stampa e le dichiarazioni del premier sulla urgente «rivitalizzazione» delle estrazioni nazionali di petrolio e gas, preannunciano il progressivo slittamento delle competenze dalle Regioni e dagli enti locali allo stato centrale. La partita è grossa: la Strategia energetica nazionale (Sen) punta a raddoppiare entro il 2020 l’estrazione di idrocarburi, fino a 24 milioni di barili all’anno. Si ipotizzano investimenti per 15 miliardi di euro, 25 mila nuovi posti di lavoro e un risparmio sulla fattura energetica nazionale di 5 miliardi all’anno.

E così è in allarme la Puglia per il progetto Tap, il gasdotto transadriatico che porterà gas in Italia dal Mar Caspio attraverso Turchia e Grecia (e che interesserà anche l’Abruzzo, vedi servizio nella pagina a fianco) e soprattutto per la corsia preferenziale imbastita per accelerare le procedure; si mobilita la Basilicata contro il potenziamento del distretto petrolifero (che porta nelle casse della Regione 166 milioni l’anno); e gli ambientalisti abruzzo si preparano a scendere di nuovo in piazza, soprattutto contro il più grande dei progetti offshore: Ombrina mare 2, la cui proprietà da qualche settimana è di una società delle Isole Falkland, la Rockhopper Exploration, che ha completato nei giorni scorsi l’acquisizione Medoilgas. Un annuncio di mobilitazione che trova riscontro nelle posizioni della classe politica abruzzese, ma con qualche timidezza in più.

Per esempio, lunedì scorso il governatore Luciano D’Alfonso ha ribadito ai vescovi della conferenza episcopale Abruzzo-Molise la contrarietà alle trivellazioni, ma ha potuto garantire «le posizioni amministrative e normative» della Regione, almeno «fino a quando la competenza è solo nostra». Un chiaro riferimento a quello che si sta muovendo a Palazzo Ghigi. E che cosa dice il decreto Renzi? Nel testo (almeno nella bozza che è circolata e che certamente è destinata a cambiare) le attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi e quelle di stoccaggio sotterraneo di gas naturale «rivestono», si legge, «carattere di interesse strategico e sono di pubblica utilità, urgenti e indifferibili». Viene introdotto il “titolo unico concessorio”, sia per le ricerche che per lo sfruttamento, articolato in una prima fase di ricerca, «per la durata di sei anni, prorogabile due volte per un periodo di tre anni nel caso sia necessario completare le opere di ricerca». Poi «in caso di rinvenimento di un giacimento riconosciuto tecnicamente ed economicamente coltivabile da parte del ministero dello sviluppo economico, seguono la fase di coltivazione, per la durata di trenta anni, da prorogare per una o più volte per un periodo di dieci anni». Infine, il rilascio dell'autorizzazione ha effetto di variante urbanistica, qualora lo richieda.

Il testo pone molte perplessità al costituzionalista Enzo Di Salvatore, docente all’Università di Teramo: «Per esempio l’unificazione del titolo non si può fare e potrebbe essere illegittimo costituzionalmente, perché la logica del permesso di ricerca è diversa da quella della concessione. Altra questione allarmante sono i progetti qualificati come “strategici”. Una qualificazione che potrebbe essere un'anticipazione della riforma costituzionale, ma potrebbe giustificar anche uno stato d'emergenza dove tutto quello che è strategico può giustificare una legislazione di emergenza. Comporta il fatto per esempio che la Via (la Valutazione di impatto ambientale) potrebbe essere solo nazionale, e potrebbero essere sottratti i poteri alle regioni. A quel punto», dice Di Salvatore, «non solo la Basilicata ma altre quattro regioni tra cui l'Abruzzo dovranno farsi carico degli investimenti petroliferi». Per Di Salvatore la battaglia ora va fatta soprattutto in Parlamento in sede di conversione del decreto. Resta da vedere per Ombrina se l’istituendo Parco della Costa possa bloccare il progetto o ridurne l’impatto. I promotori ne sono convinti, ma anche alle Falkland sono certi che il pozzo si farà. Sulla spinta anche dell’attività petrolifera in Croazia, e sulla base di un ragionamento che trova consensi crescenti: «Ma se loro trivellano in Adriatico, perché noi no?»

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