«L’euro è una religione, crederci è stato un errore»

28 Ottobre 2016

Alberto Bagnai: noi italiani siamo indebitati in una valuta che non controlliamo L’ipotesi uscita? «Dicono che sarebbe un disastro, ma il disastro lo viviamo ora»

di MAURO TEDESCHINI

C'è un eretico alla D'Annunzio. E' un professore di politica economica che non si stanca di ripetere che l'euro è una rovina per l'Italia e che «uscire dalla moneta unica non sarebbe affatto un salto nel buio: precedenti illustri», dice il prof, «ce lo dimostrano in modo più che attendibile». Il docente in questione si chiama Alberto Bagnai, ha 53 anni, ha scritto libri di successo e tiene un blog molto frequentato sul sito del “Fatto Quotidiano”. La sua avversione all'euro ha fatto pensare a qualcuno che fosse lui l'ispiratore della politica economica di Beppe Grillo: ipotesi che l'interessato smentisce con decisione, tranciando giudizi piuttosto negativi su quella che definisce l'involuzione dei Cinque Stelle.

Professore, non sarà facile demolire l'euro davanti ai ragazzi della generazione Erasmus...

«Ma no, sono tanti i giovani che mi scrivono sul blog ponendosi delle domande e lo stesso avviene all'università. Devo fare una premessa: la D'Annunzio mi ha offerto una libertà totale e anche una certa disponibilità di risorse per fare ricerca e viaggiare. Gli unici problemi li ho avuti con certi colleghi, non qui a Pescara, che avevano l'ambizione di fare politica o di diventare gli economisti di riferimento per certi partiti».

Come è nata la sua avversione alla moneta unica?

«Io mi occupavo di altro, di crisi finanziarie di paesi in via di sviluppo. Ma sa qual era il loro problema? Il fatto che in genere si indebitavano pesantemente in dollari, una valuta che non controllavano. Ed è quel che sta accadendo all'Italia con l'euro. La verità è che c'è una classe accademica che continua a sostenere il contrario di quel che ha scritto per decenni nei libri che essa stessa ha prodotto. Sa che cosa mi dà più fastidio ?»

Che cosa?

«Un certo approccio religioso, che porta a isolare chi non è d'accordo lanciandogli attacchi ingiustificati. Non nascondo una certa sofferenza nel vivere oggi la mia professione: da un lato ho la tensione etica di difendere la scienza economica dall'irrazionale, dall'altro ho difficoltà a discutere con chi vive l'euro come un fatto salvifico».

Ma come farebbe l'Italia a reggere fuori dall'euro, con il suo debito pubblico? I tassi schizzerebbero alle stelle...

«A parte che abbiamo l'esempio di quindici paesi dell'ex blocco sovietico che sono usciti dall'area del rublo senza nessun trauma, voglio far notare che l'errore è parlare sempre di debito pubblico, mentre il problema vero è il debito privato. Debito privato vuol dire soprattutto le banche: se guardiamo al recente passato, vediamo che un solo Stato è saltato, la Grecia, che peraltro è stato fatto saltare. Mentre le banche oggi sono una polveriera: la vera paura degli Stati Uniti è che ci sia un'implosione per un crac del sistema finanziario tedesco, non del debito pubblico italiano».

Si è detto e scritto che è lei ad ispirare certe scelte economiche dei Cinque Stelle, tra cui l'avversione all'euro.

«Lo escludo. Feci solo un intervento sul blog del Movimento, La Cosa, durante la campagna elettorale del 2013, ma come studioso. Le mie convinzioni sono molto distanti: la loro enfasi è sempre orientata sullo Stato come nemico, come il soggetto che si fa corrompere, ma noi non abbiamo bisogno di meno Stato, abbiamo bisogno di uno Stato migliore: se l'assessore prende la bustarella, deve intervenire la magistratura».

Sul no all'euro, almeno, sarete d'accordo, no?

«In realtà ho sempre pensato che il Movimento avrebbe difeso l'euro e infatti lo sta facendo con una proposta come il referendum che in apparenza è rivoluzionaria, ma in realtà è assolutamente conservatrice e punta a mantenere lo status quo. E guardi che attraverso il meccanismo della rete i Cinque Stelle nascondono il fatto che alla fine comanda il capo-azienda».

Non mi sembra ottimista, professore...

«In Europa abbiamo distrutto la classe media e oggi c'è una crisi di domanda dalla quale non si riesce a uscire. Per smantellare più facilmente il welfare, siamo ricorsi al “vincolo esterno”, alla giustificazione “ce lo chiede l'Europa”. Lo sa che “vincolo esterno” è un'espressione che in inglese non esiste e che gli anglosassoni l'hanno adottata in italiano?».

Che cosa pensa dell'economia abruzzese?

«Questo è un territorio che sta resistendo meglio di altri e lo studieremo con un laboratorio dedicato. Trovo ancora stili di vita a misura d'uomo e spero che non passi l'idea autodistruttiva della Germania che pensa di competere con la Cina abbassando i salari, con la scusa di puntare su concetti come l'innovazione e la ricerca. Si parla tanto dei disastri a cui andremmo incontro uscendo dall'euro, ma sa qual è la verità? E' che il disastro lo stiamo già vivendo noi, qui, oggi».