L’orso si vendica e mangia i polli dell’uomo che sparò

27 Settembre 2014

Raid a Pettorano sul Gizio dopo la morte del plantigrado preso a fucilate Raccolta firme dei residenti: le istituzioni hanno creato il problema ora lo risolvino

SULMONA. L'assassino, si dice, torna sempre sul luogo del delitto. Ma, questa volta, sono state le vittime a tornarci e per vendicarsi. Le sette galline appena comprate dall'operaio dell'Anas per rimpiazzare quelle che erano finite 15 giorni fa nello stomaco dell'orso preso a fucilate, hanno fatto la stessa fine.

L'altra sera uno dei due orsi sopravvissuti che continuano a scorazzare per le campagne di Pettorano sul Gizio, non si sa se Peppina o l'altro maschio sopravvissuto, è tornato a fare visita a Tonino Centofanti, il 61enne reo confesso di aver sparato al plantigrado che era stato ritrovato morto ai margini della pista ciclabile di Pettorano.

Sembra una vendetta vera e propria messa in atto agli orsi. «Si tratta, invece», dicono i residenti, «della conferma che la situazione è ormai fuori controllo e in piena emergenza».

La sera dopo, infatti, l'orso aveva visitato anche un altro pollaio di Vallelarga, uccidendo altre 10 galline e distruggendo il piccolo ricovero che un contadino aveva realizzato per allevare i suoi animali. Incursioni che hanno innescato la reazione dei residenti della zona, di coloro che chiedono l'allontanamento degli orsi dal territorio comunale di Pettorano, i quali puntano il dito sulle istituzioni che, a loro dire, dopo anni di promesse, non riescono a risolvere una situazione che sta diventando sempre più pericolosa, sia per le persone sia per gli orsi stessi. «Non vorremmo che qualcuno di noi venga attaccato dagli animali sempre più voraci», affermano, «o che qualche orso possa fare la fine di quello ucciso». «Abbiamo iniziato una raccolta di firme per chiedere al prefetto lo stato di calamità naturale», spiega il portavoce del comitato, Domenico Ventresca, «chiedendo l'utilizzo degli uomini dell'Esercito e dei volontari della Protezione civile per la cattura degli orsi che ancora vagano per il nostro territorio. Devono riportarli nella loro area storica del Parco nazionale d'Abruzzo e riabituarli a mangiare uva spina e mele selvatiche. Solo in questo modo si riuscirà a riportare calma e serenità in una comunità che vive quotidianamente con la psicosi dell'orso».

Ma il problema non è di facile soluzione. Soprattutto ora che il ministero ha vietato l'uso di narcotici per munire gli animali di radiocollare, l'unico strumento in grado di monitorare costantemente gli spostamenti degli orsi e di permettere di adottare le conseguenti misure di dissuasione.

Intanto l'altro Comitato sorto in paese a tutela dell'orso sollecita l'istituzione di una task force che in 48 ore assuma poteri speciali, anche in deroga alle leggi sanitarie per allontanare gli orsi fuori dai centri abitati. «Il clamore sollevato ha prodotto una sola vittima: l’orso», afferma il portavoce Mimì D'Aurora, «c’è una pressione esasperata che tende ad allarmare i cittadini invece di rassicurare e trovare soluzioni. Non sono questi i sentimenti prevalenti in paese. Abbiamo parlato con tanti cittadini che non solo quest’anno, ma anche l’anno scorso hanno avuto la visita dell’orso nei loro pollai. Non denunciavano l’esasperazione descritta da qualcuno. Hanno bisogno di non sentirsi lasciati soli di fronte al problema».

Una marcia a favore dell'orso e una raccolta fondi per risarcire i danni che gli orsi hanno causato ai pollai sono le prime iniziative insieme a quella dei ragazzi dell'associazione che hanno lanciato nella rete un concorso per dare il nome all’orso ucciso. «Vogliamo ricordarlo come si fa con un amico caduto», spiegano, «vittima innocente della nostra incapacità di convivere con gli ultimi esemplari di una specie che potrà sopravvivere solo se noi lo consentiremo e se sapremo porci dalla parte dell'orso».

Claudio Lattanzio

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