LA CONCEZIONE DEL TEMPO OGGI CI RENDE PIÙ ANSIOSI

15 Agosto 2019

Come molti sanno il tempo è una grandezza fisica con la quale l’uomo scandisce il succedersi degli eventi utilizzando come unità di misura il minuto, l'ora, il giorno, la settimana, il mese, l'anno,...

Come molti sanno il tempo è una grandezza fisica con la quale l’uomo scandisce il succedersi degli eventi utilizzando come unità di misura il minuto, l'ora, il giorno, la settimana, il mese, l'anno, il secolo, il millennio, il parsec, l’anno luce. Ma anche il decimo e il millesimo di secondo o, laddove i ritmi della vita sono più naturali, il sorgere del sole, l’alternarsi delle maree, l’avvicendarsi delle fioriture vegetali. A ognuno il suo orologio, insomma.
Definire cosa sia il tempo non è affatto cosa semplice. Anche perché, per quanto questo concetto si manifesti concretamente nell’evidenziare i suoi effetti (le rughe, la vecchiaia, la ruggine, la patina), si dimostra assai evanescente nel lasciarsi spiegare. Ciò non toglie che in molti abbiano provato a farlo, formulando ipotesi e teorie di difficile e non immediata comprensione: da Zenone a Parmenide, da Platone ad Aristotele, da Galileo a Newton, da Leibnitz a Kant, da Bergson a Einstein.
Sant’Agostino, dinanzi alla richiesta di darne chiarimento, diceva: “Se nessuno mi domanda che cos’è il tempo io so perfettamente di cosa si tratta; se qualcuno mi chiede invece di spiegarlo, allora non so più cosa sia”.
Malgrado le difficoltà che il Padre della Chiesa faceva rilevare circa la possibilità di spiegarlo, il tempo ha sempre sollevato nell’uomo infiniti perché e percome. Non tanto in risposta a bisogni di natura intellettuale o filosofica, quanto piuttosto in funzione di necessità concrete, pratiche, materiali volte a garantire la continuità dell’esistenza. E benché il tempo rappresenti ovunque un’identica cosa (ce lo insegna la scienza), l’idea che gli uomini se ne sono fatta non ha avuto un valore condiviso in tutti i luoghi e in tutte le società del pianeta.
Così, la nozione che abbiamo noi oggi del tempo, la cosiddetta “cultura del nanosecondo”, non è la medesima che avevano i nostri nonni contadini, pastori e pescatori per i quali questa stessa nozione era legata al lento e regolare susseguirsi del rintocco delle campane, del migrare degli uccelli, del trascorrere dei giorni, del ripetersi delle primavere. Così come non è la medesima nozione che hanno in questo momento gli allevatori di cammelli della Mongolia o i pastori Masai del Kenya, per i quali i secondi, le ore e le settimane sono concetti del tutto inconcepibili e privi di significato. Così come la nostra idea di tempo non è la medesima che avevano le antiche popolazioni maya per le quali il tempo aveva una dimensione ciclica e ripetitiva che schiacciava gli uomini a un destino di eterno ritorno. La stessa dimensione ciclica e ripetitiva che era propria anche delle remote culture mediterranee, da cui discendiamo direttamente, fino a che il cristianesimo non ha introdotto una nuova idea del tempo caratterizzata da un principio e da una fine nel quadro di una visione lineare della storia.
Con questo voglio dire che ogni cultura, ogni società, ogni epoca ha e ha avuto le sue concezioni del tempo funzionali alle proprie esigenze di vita sociale e alla regolamentazione delle proprie attività produttive. E se le concezioni di ieri garantivano durate più lunghe e ritmi di vita più blandi e rilassati, quelle di oggi ci rendono tutti un po’ più ansiosi e precocemente invecchiati già a partire dal momento in cui veniamo al mondo.
*Università di Roma
Tor Vergata