La storia si ripete in forma di farsa. Facciamo un monumento a Giacomo

12 Ottobre 2026

Qualcuno potrebbe dire: ma mica starai evocando la “Notte dei cristalli” e le stelle di David dipinte sulle vetrine nella Germania del Terzo Reich? Sì, esattamente. È un grottesco revival

Voglio dirvi, in modo molto netto, che a questo tabaccaio dobbiamo fargli un monumento: e non solo perché ha una bella faccia e un sorriso luminoso, non solo perché è evidentemente una bella persona, sensibile e attento agli altri. Ma soprattutto perché, con la sua idea di un contro-adesivo “umano” da contrapporre a quello “italiano” (patacca) ci ha costretto a riflettere su una campagna politica che magari, con occhio più distratto, avremmo potuto considerare soltanto balorda o pittoresca.

Riavvolgiamo dunque il nastro di quello che è accaduto, prima di tornare a Giacomo Di Matteo, 38 anni, titolare della tabaccheria 53, in via Firenze (a Pescara), unico in Italia che abbia avuto l’idea di una risposta alla marchiatura con adesivo etnico di un esercizio commerciale.

L’idea di segnare i negozi, di identificarli – sia pure con una pecetta, infatti – ci riporta a pagine terribili della storia del Novecento. Il fatto che anche in questo episodio la storia si ripeta in forma di farsa e non di dramma, non ci deve far abbassare la guardia. Qualcuno potrebbe dire: ma mica starai evocando la “Notte dei cristalli” e le stelle di David dipinte sulle vetrine nella Germania del Terzo Reich? Sì, esattamente. È un grottesco revival, ma a quello si ispira. L’attività del “marchiare”, nella storia dell’umanità – dal bestiame alla schiavitù – non ha declinazioni positive: marchiare un negozio significa additarlo come esempio diverso, negativo, iniziare prove tecniche di boicottaggio, e (perché no) farne un bersaglio. Non necessariamente la mano che compie uno sproposito è la stessa che mette l’adesivo. Ma un no scemo o un matto, soprattutto di questi tempi, si trova facilmente.

Per questo ho letto con attenzione le ampie spiegazioni date ieri dalla capogruppo consiliare pescarese di Futuro Nazionale, Valeria Toppetti. Le abbiamo pubblicate, con grande risalto, e quelle parole, rileggendole a mente fredda, mi hanno comunicato un’impressione ancora peggiore: quella di chi lancia il sasso e nasconde la mano. Perché se capisco (anche se ovviamente non condivido e combatto) l’idea di una marchiatura “etnica” e para-razzista dei commercianti nazionali in antitesi agli “stranieri”, posso almeno ipotizzare che questa proposta dei Vannacciani sia stata una scelta politica provocatoria estrema di cui ci si assume la responsabilità.

«Valorizzare chi è italiano», scrive in una nota la consigliera comunale di Futuro Nazionale Toppetti, «non significa sminuire chi non lo è». E poi aggiunge, addirittura: «Dovremmo allora considerare discriminatorie anche le numerose iniziative che promuovono prodotti Dop, Igp, Doc o il Made in Italy?». Si, cara consigliera: paragonare umani e prosciutti, o provoloni, è un esercizio che assomiglia all’arrampicata sugli specchi. Davvero non capisco perché un negozio gestito da un cittadino del Bangladesh, o da un sudamericano (solo per fare degli esempi) dovrebbe essere considerato meno degno di uno gestito da un cittadino italiano. È davvero non capisco – se si volesse sostenere la tesi surreale che si parla delle merci – su quale identità si ragiona? Quella del würstel tedesco? Del formaggio francese? Di chi sta dietro il bancone? Su quale terreno si misura il primato?

Quindi l’idea dell’adesivo protezionistico è grottesca sia nel caso delle merci che degli umani. E provate a immaginare che cosa vede, con i suoi occhi innocenti, un bambino cresciuto in Italia da una famiglia straniera, che magari va a studiare nel negozio del padre, scoprendo di essere marchiato a scuola (“Parli male l’italiano”) o nel proprio mondo degli affetti: “Tuo padre non ha il bollino blu”. La vecchia e la nuova ultradestra hanno questo brutto segno in comune: quando si inizia a catalogare le identità per trasformarle in bandiere da agitare per acquisire consensi, di solito non finisce mai bene.