crisi degli artigiani

L’Abruzzo chiude bottega: in 10 anni perse 11mila attività

22 Agosto 2026

Solo nell’ultimo anno spariti 1.385 artigiani. La proposta: «Diamo un reddito di gestione»

PESCARA

Una saracinesca dopo l’altra. In dieci anni, l’Abruzzo ha perso 11mila botteghe artigiane. L’emorragia fotografata dall’ultimo report della Cgia di Mestre non conosce fine; tanto a livello nazionale che nella nostra regione, in cui il declino procede a ritmi ancora più serrati: in 10 anni l’Abruzzo ha perso quasi il 30% delle imprese artigiane. È il quinto peggior dato d’Italia. Una crisi che cambia il volto delle nostre città e soprattutto delle aree interne, sfilacciandone ulteriormente il tessuto socioeconomico, già compromesso dallo spopolamento. È nei piccoli borghi, infatti, che le attività artigiane rappresentano presidi di tradizioni antiche, legate alla storia del territorio. La Cgia ha la sua proposta per sostenere le botteghe che resistono e incentivare l’apertura di nuove attività.

I NUMERI DELL’ABRUZZO

In base ai dati forniti dalla Cgia di Mestre, nel 2015 erano 38.716 le imprese artigiane nella nostra regione; nel 2024 il numero è sceso a poco più di 29mila. L’anno successivo, il declino è proseguito ancora e l’Abruzzo ha toccato quota 27.777. I numeri raccontano un calo del 4,7% su base annua e del 28,3% nel giro di 10 anni. Significa quasi un terzo del patrimonio della nostra imprenditoria artigiana. Peggio fanno soltanto le Marche (-31,3%), l’Umbria, l’Emilia Romagna e il Piemonte. Anche allargando lo sguardo all’Italia nel suo complesso la situazione dell’Abruzzo non migliora. In dieci anni il Paese ha perso il 25,1% delle sue imprese artigiane: una flessione comunque pesante, ma inferiore a quella abruzzese. Per quanto riguarda i numeri a livello provinciale, poi, Pescara si piazza al ventesimo posto in Italia per diminuzione di artigiani in termini percentuali tra il 2024 e il 2025. Con 362 chiusure registrate, il calo è del 5,6%. Segue, con distacco, Chieti, che, pur perdendo più botteghe (383), segna “solo” un meno 4,7% di imprenditoria artigiana. Nel Teramano il calo risulta leggermente più ridotto (-4,5%) con 355 artigiani in meno, mentre la provincia dell’Aquila risulta la meno interessata dal fenomeno: è l’unica ad aver perso meno di 300 botteghe (285) nel periodo preso in analisi.

I SETTORI PIU’ IN CRISI

All’interno del piccolo grande mondo delle botteghe i servizi offerti sono diversi e non tutti soffrono allo stesso modo. L’analisi della Cgia di Mestre indica chiaramente i mestieri che rischiano di scomparire nel giro di qualche anno: «Già oggi quando si rompe una tapparella, il rubinetto del bagno perde acqua o dobbiamo sostituire l’antenna della Tv, trovare un professionista del settore è molto difficile, figuriamoci fra qualche anno. È molto probabile che entro un decennio reperire sul mercato un idraulico, un fabbro, un elettricista o un serramentista in grado di eseguire un intervento di riparazione/manutenzione presso la nostra abitazione o nel luogo dove lavoriamo sarà un’operazione difficilissima».

I NEGOZI DI VICINATO

La crisi delle botteghe artigiane si accompagna a quella delle attività di quartiere. Nell’analisi della Cgia l’inizio del declino corrisponde alla comparsa della grande distribuzione e dell’e-commerce, che progressivamente hanno guadagnato una posizione predominante sul mercato. «I centri commerciali e le piattaforme online riescono a offrire prezzi più bassi grazie alle economie di scala: comprano grandi quantità di merce, hanno costi unitari minori e una logistica molto efficiente. Il piccolo negozio, invece, acquista poco, paga di più i fornitori e non può competere sul prezzo». Ma a incidere, dice l’Ufficio studi, sono anche le nuove abitudini dei consumatori. «Oggi si fanno meno acquisti frequenti e più acquisti concentrati. Le famiglie hanno meno tempo, si spostano di più in auto e preferiscono luoghi dove possono “fare tutto insieme”».

I SETTORI IN CONTROTENDENZA

Non tutte le piccole attività hanno subito gli effetti della crisi. Anzi, esistono settori, come quello del benessere e dell’informatica, che viaggiano in controtendenza. «Nel primo, ad esempio», spiega la Cgia, «si continua a registrare un costante aumento degli acconciatori, degli estetisti, dei massaggiatori e dei tatuatori. Nel secondo, invece, sono in decisa espansione i sistemisti, gli addetti al web marketing, i video maker e gli esperti in social media. Va altrettanto bene anche il comparto dell’alimentare da asporto, con risultati significativamente positivi per le gelaterie, le gastronomie e le pizzerie al taglio ubicate, in particolare, nelle città ad alta vocazione turistica».

LA PROPOSTA DELLA CGIA

La Cgia ha la sua ricetta per bloccare la desertificazione delle piccole attività commerciali e cambiare le sorti del settore: un «reddito di gestione delle botteghe artigiane» per chi (giovane o meno) conduce o apre una attività nei centri minori (almeno fino a 10.000 abitanti). per evitare che altre saracinesche si abbassino per sempre.