L’affare delle cremazioni nell’Abruzzo senza templi

Cresce il fabbisogno ma il servizio latita dopo gli stop di comitati e burocrazia
PESCARA
C’è chi è disposto ad aspettare settimane, spendendo cifre da capogiro. Per i parenti dei defunti e per gli addetti delle agenzie funebri il compito è gravoso: con il dolore, l’elaborazione del lutto passa anche per le scartoffie di una ingarbugliata burocrazia. E la fotografia del Paese che cambia inquadra anche le nuove abitudini in fatto di estremo saluto: cresce in maniera esponenziale la richiesta per le cremazioni, passata dal 3% dei decessi registrati nel 1995 al 40% attuale, in un’Italia a due velocità. Il nord corre, con i primati di Piemonte, Lombardia ed Emilia Romagna a guidare la classifica: sono 12 in media gli impianti attivi a soddisfare una scelta crematoria che cresce di anno in anno, almeno nelle regioni già provviste delle strutture adeguate e di nuova generazione. Al centro, la Toscana conta 9 impianti, mentre i vicini di casa marchigiani ne possiedono tre (a Fano, Ascoli Piceno e San Benedetto del Tronto).
abruzzo fanalino di coda
Il sud insegue, con il record negativo dell’Abruzzo: su tutto il territorio regionale non esiste alcun tempio crematorio attivo, ma anche tra gli abruzzesi la scelta della cremazione cresce. Risultato? Centinaia di famiglie costrette a trasferire i feretri fuori regione, principalmente verso le Marche o la Campania, con un pesante aggravio di costi e tempi. Nelle regioni che hanno già attivato le strutture, il criterio è stato quello di un impianto ogni 500mila abitanti: una svolta non soltanto per i costi che vanno a ricadere direttamente sulle famiglie del caro estinto, ma anche dal punto di vista logistico, andando a liberare molti cimiteri dal problema del sovraffollamento. Nel mezzo, tra l’impennata di richieste per un servizio che resta scoperto e i risvolti delle ultime settimane, un iter decennale fatto di vuoti normativi, burocrazia e accese proteste locali. Un limbo politico e sociale che per il momento lascia l’Abruzzo all’ultimo posto a livello nazionale insieme alla Basilicata per carenza strutturale, in relazione a una domanda che resta inevasa dopo infinite false partenze.
a pescara
In provincia di Pescara i primi progetti strutturati risalgono al 2014, quando si è ipotizzato un project financing intercomunale tra Pescara, Montesilvano e Città Sant’Angelo per realizzare la prima struttura entro l’anno. Il progetto si arenò per intoppi burocratici, scetticismo urbanistico e successivi cambi di amministrazione. Nel biennio 2018-2019, Città Sant’Angelo provò a riavviare l’iter annunciando l’avvio dei lavori, ma si scontrò con la nascita di comitati civici contrari, anche se adesso il progetto sembra, lentamente, riprendere forma. Lo scorso giugno la questione è approdata sui banchi della Commissione consiliare lavori pubblici del capoluogo adriatico, dove maggioranza e opposizione si sono confrontati sulla possibile gestione dell’impianto. Al centro, l’ipotesi dell’ampliamento del cimitero di San Silvestro da tradurre, idealmente, in nuovo gettito di entrate per il Comune, anche se a bussare alle porte del municipio pescarese era arrivata subito una società privata, inviando il suo progetto compreso di relazione tecnica generale. Il dibattito si è infiammato sulla formula della gestione: le forze di minoranza hanno presentato formali interrogazioni per sbarrare la strada all’ipotesi della gestione privata, tutelando le tariffe ed evitando speculazioni su un servizio che però tutti riconoscono come essenziale.
l’aquila e la marsica
L'Aquilano rappresenta il territorio con il maggior fermento progettuale. Prima, il clamoroso congelamento del progetto di San Demetrio ne’ Vestini, bloccato dalle amministrazioni locali per arginare il dissenso degli elettori preoccupati per le emissioni dei camini. Lì un “Comitato del no” guidato da Paolo Minazzi si era mobilitato da subito contro il tempio per le cremazioni, che si diceva perplesso circa il rispetto della normativa nazionale. Anche l’ex sindaco Ezio Leonardis si era detto contrario all’opera, in assenza di una normativa regionale e per un «possibile danno d’immagine irreversibile a fronte di qualche spicciolo per le casse comunali». La palla è passata alla Marsica, dove l’iter operativo ha registrato uno scatto concreto a Cerchio, con un ambizioso progetto da 5 milioni di euro per un tempio crematorio d'avanguardia da oltre 600 metri quadrati di cui esisteva perfino un dettagliato render, l’ultima immagine di questa chimera che prevede, nel disegno presentato lo scorso anno, anche due ampi parcheggi destinati all’utenza e agli operatori della struttura, oltre a un cortile tecnico per la logistica e l’accesso per i feretri. Ad Avezzano nel 2022 si era discusso di un possibile intervento nella zona del cimitero, ma nonostante l’interesse manifestato da un gruppo imprenditoriale, l’assenza di ampio consenso politico e di un chiaro percorso autorizzativo hanno decretato, anche lì, la fine del progetto. Le preoccupazioni dei cittadini, nella Marsica come altrove, si sono sempre concentrate sull’impatto ambientale delle emissioni dei camini, soprattutto per quel rischio di immissione di diossine, mercurio e particolato segnalato dai comitati cittadini più sensibili al tema.
nel teramano
La provincia di Teramo è la più vicina, sia geograficamente sia culturalmente, ai modelli organizzativi delle Marche. Attualmente, l'intero flusso dei decessi teramani che scelgono la via della cremazione viene assorbito dai templi marchigiani di Ascoli Piceno e San Benedetto del Tronto. In questa transizione incompiuta un ruolo determinante per sbloccare, almeno in via parziale, l’impasse è stata la svolta burocratica del 2023, quando la Giunta regionale ha approvato l’atteso Piano regionale di coordinamento per la realizzazione dei templi crematori, curato dal servizio di Prevenzione Sanitaria. Il documento ha stabilito un fabbisogno regionale stimato di tre templi crematori, posizionati rigorosamente ad almeno 200 metri dai centri urbani e a 500 metri da strutture sensibili. Uno sblocco normativo che non sblocca però una fase operativa ancora profondamente a rilento: i Comuni faticano a trovare operatori privati disposti a investire, anche a causa del clima di contestazione e dell’inasprimento delle leggi, mentre i feretri abruzzesi continuano ad attraversare le autostrade, portando con sé il costo economico e sociale del servizio nell’attesa di una svolta a lungo promessa e ancora di là da venire.

