Lega e alleati firmano il patto di Natale

La maggioranza incassa il sì a Gatti e stacca la spina: la manovra va direttamente in Consiglio senza l’ok della commissione
L’AQUILA. La maggioranza stacca la spina prima della fine. Ma non è una resa. La Lega infatti firma con Fratelli d’Italia e Forza Italia il patto di Natale. Un accorda basato su un do ut des che ricuce lo strappo. E alle 22 di ieri scatta il rompete le righe in commissione Bilancio, senza attendere la scadenza delle ore 24. La manovra regionale va così in Consiglio orfana dell’approvazione in commissione, ma con un accordo che dà al centrodestra la certezza dell’esito: la Lega accetta il “lodo Gatti” mentre gli alleati voteranno, a fine mese, gli emendamenti del Carroccio che punta sulle proprie leggi, inserite in extremis sotto forma di foglietti scritti a penna, pizzini, per evitare, domani a Chieti, una figuraccia con Salvini.
MAGINOT. L’opposizione risponde a colpi di emendamenti al Bilancio: 60 di merito, quelli presentati entro le 16 di ieri dal centrosinistra, e ben 4.500 quelli dei pentastellati. Ma la linea Maginot non basta. La maggioranza la aggira, preordinando, già alle 14 di ieri, l’accordo di coalizione sul rinvio, scegliendo di non combattere in trincea per farlo direttamente in Consiglio, a cominciare dal 27 dicembre, dopo aver incassato il via libera all’operazione Gatti, voluta dal governatore Marsilio e messa in atto dal presidente del Consiglio, Sospiri.
LA CORTE DI GATTI. È un parere di sei pagine quello con cui Giovanni Giardino, direttore degli Affari della presidenza e Legislativi, dà l’ok alla designazione dell’ex politico teramano, Paolo Gatti, nella sezione abruzzese della Corte dei Conti. Eccone i passaggi principali. «La fonte di disciplina è rinvenibile nel comma 3 dell'articolo 142 del regolamento regionale», premette Giardino. Che dice questo comma? «La conferenza dei capigruppo, all'unanimità, può delegare per le “nomine” il presidente del Consiglio». E così è accaduto per Gatti scatenando la reazione della Lega e dell’opposizione, in particolare del M5S.
SINONIMI? Una cosa è intatti la nomina. Altra cosa è una designazione. Gatti è stato designato dalla Regione, la nomina spetta al Capo dello Stato. Ma Giardino supera l’ostacolo: «Occorre scrutinare se la predetta disposizione», scrive il dirigente, «possa costituire il fondamento normativo atto a intestare in capo al presidente del Consiglio non solo il potere di nomina ma anche quello di designazione». E dà subito la sua interpretazione: «Quadro normativo e prassi inducono a dare risposta affermativa al quesito». Ma come lo spiega? «La dottrina registra un utilizzo non univoco del termine “designazione” nonché il carattere polisemantico del termine “nomina”». Cioè saremmo di fronte a sinonimi: «La normativa statale e regionale di riferimento», scrive infatti il dirigente, «appare confermare che il legislatore utilizza il termine designazione quale sinonimo di nomina».
ECCO FATTO. Non crea problemi – secondo l'esperto autore del parere che farebbe guadagnare a Gatti un milione di euro in 5 anni – utilizzare l'una o l'altra parola. «In tale contesto», sottolinea Giardino, «il potere di delega da parte della conferenza dei capigruppo rappresenta un istituto di carattere generale che, seppur testualmente riferito alle sole nomine, può agevolmente estendersi anche alle designazioni».
USCITA DI SICUREZZA. Nell'ultima parte delle parere pro Gatti, il dirigente cita anche una serie di precedenti analoghi già avvenuti quest'anno per le a designazioni di componenti del Comipa, dell’Adsu e dell'Istituto Zooprofilattico di Teramo. Ma nel passaggio finale tiene aperta una “uscita di sicurezza” perché ricorda che la parola dev’essere comunque scritta «dagli organi competenti preposti alla nomina». Cioè Mattarella e Corte dei Conti.
RESA E NON RESA. La Lega, di fronte a questo parere, non ha sollevato un solo dito, pur avendo osteggiato la nomina di Gatti sponsorizzata da Fdi e Fi. È la conferma che il centrodestra si è ricompattato. Nemmeno il centrosinistra ha gridato allo scandalo. L'unica reazione incisiva è arrivata dalla capogruppo del Movimento 5 Stelle, Sara Marcozzi. «Sono stupita del fatto che i giuristi della Regione riescano ad affermare con tanta disinvoltura che non vi sia differenza tra “nomina” e “designazione”. Anzi, addirittura si spingono a sottoscrivere che spesso i due termini vengono utilizzati come sinonimi. Ma le parole», sottolinea Marcozzi, «hanno il loro esatto peso».
NEL SACCO. La stoccata è politica: «In questa legislatura si sta consolidando la prassi del ricorso ai pareri degli uffici per sanare vizi di forma degli atti della maggioranza. In queste ore, altri pareri impossibili da condividere si stanno infatti avvicendando per sanare le correzioni olografe al bilancio, scritte a mano e su fogli precedentemente annullati. Ribadiamo», conclude la 5 Stelle, «la nostra richiesta a Sospiri di revocare, in autotutela, la nomina di Gatti e di procedere alla sua designazione attraverso il voto in consiglio regionale».
Ma non sarà così, dice la maggioranza. Anche se un proverbio, adattato alla circostanza, avverte di non dire Gatti se non l’hai nel sacco.
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