Legnini: processi lenti? Mancano 9mila assunzioni

Forum al “Centro” con Il vicepresidente del Csm Legnini, magistrati e avvocati Tema: come rendere tempi e decisioni più vicini alle aspettative dei cittadini
PESCARA. Quanti diritti ci possiamo permettere? E, soprattutto, quanti nelle aule di giustizia? La risposta è nel disagio di chi finisce impigliato in un procedimento penale o in una controversia civile, inghiottito dal gorgo del processo, perduto in storie giudiziarie che camminano su strade parallele che si sfiorano, si sovrappongono, confliggono nelle valutazioni e nelle sentenze. Scavando un solco tra giustizia reale e giustizia percepita. Colpa dei tempi lunghi dei processi (come ci ricorda quotidianamente la Corte Europea), di un fiume di norme, di un sistema in cui l’eccesso di garanzie corre il rischio di trasformarsi nell’assenza di qualunque garanzia alimentando l’incertezza del diritto. Nei giorni caldi dell’ennesimo scontro tra giustizia e politica e al termine di una prima serie di interviste a magistrati e avvocati, il Centro ha voluto affrontare il tema in un forum con il vice presidente del Csm Giovanni Legnini, i magistrati Armanda Servino, Giuseppe Bellelli, Giampiero Di Florio, David Mancini, Flavio Conciatori, Giovanni Spinosa e l’avvocato Guglielmo Marconi.
Legnini oggi sempre più esiste una distanza tra giustizia percepita e quella realmente amministrata. Quali i motivi e come superarla?
«Il grande tema che chiama in causa questa distanza è quello delle modalità concrete della comunicazione giudiziaria, della funzione della comunicazione nel rapporto con gli utenti della giustizia. Si tratta di un tema attualissimo ed aperto. Quante volte abbiamo sentito dire che i magistrati parlano solo con le sentenze. Non è vero. I magistrati parlano innanzitutto con le sentenze ma non solo con esse. Penso che i magistrati non solo hanno il diritto di comunicare ma in alcuni casi hanno anche il dovere di farlo per soddisfare il diritto all'informazione e la buona percezione dell'attività giurisdizionale da parte dei cittadini. Non si tratta di una mia opinione personale ma di orientamenti scanditi da decisioni assunte in sede europea dal Consiglio consultivo dei procuratori europei e dei giudici europei. Io penso che una corretta comunicazione da parte dei pubblici ministeri e dei giudici possa aiutare a colmare questo gap tra giustizia realmente amministrata e giustizia percepita. Ad esempio, molte volte a conclusione di un processo di forte impatto mediatico, i mezzi di comunicazione trasmettono un’idea e l’opinione pubblica si forma un’idea solo sulla base del dispositivo e quando dopo decine di giorni o mesi viene depositata la motivazione è troppo tardi per modificare l'orientamento che si è determinato, anche perché spesso quella notizia per la stampa non c’è più. Esistono nel nostro ordinamento e nella prassi giudiziaria istituti e buone pratiche su cui far leva per determinare un cambiamento, come ad esempio le informazioni provvisorie che la Corte Costituzionale e la Corte di Cassazione da tempo hanno adottato, una sorta di anticipazione sintetica e sommaria della motivazione. Al Consiglio Superiore stiamo lavorando su questi temi. Ad esempio, di recente insieme alla Scuola Superiore della magistratura abbiamo promosso due giorni di seminario formativo con 50 magistrati e 50 giornalisti e si è sviluppato un confronto di straordinario rilievo con riflessioni e proposte molto avanzate».
Spesso assistiamo a sentenze di primo grado che vengono ribaltate in appello. E’ fisiologico che ciò avvenga, ma a volte con motivazioni così violente che potrebbero far pensare ad un corto circuito. C’è un problema di contegno della magistratura?
«Non è il problema principale. Ai magistrati è certamente richiesta profondità, completezza e anche sinteticità delle motivazioni. Il problema principale delle motivazioni è la tendenza a cogliere l’occasione del processo per scrivere a volte veri e propri trattati sui temi giuridici oggetto della decisione. Un maggiore ricorso alla tecnica del rimando ai precedenti giurisprudenziali aiuterebbe nel senso auspicato. Il presidente della Cassazione Giovanni Canzio sta adottando misure forti nella direzione delle motivazioni sintetiche così come si sta sviluppando un confronto su questo anche in sede parlamentare. Credo che una parte rilevante del problema possa essere risolto rafforzando la nomofilachia, l'uniforme interpretazione delle norme di diritto affidata alla Cassazione. Una cosa che dico in giro per l’Italia visitando gli uffici giudiziari ed incontrando i magistrati è che dobbiamo essere più consapevoli ed orgogliosi della grandissima professionalità della magistratura italiana, che insieme all'autonomia ed indipendenza costituisce un riferimento per le magistrature di molti Paesi. Lo dico non perché devo fare il sindacalista dei magistrati, non è questo il mio mestiere oggi, ma perché corrisponde alla realtà. Penso che molti di questi problemi siano affrontabili e risolvibili con la grande professionalità dei magistrati italiani».
Le classifiche europee riconoscono ai magistrati italiani un alto tasso di produttività. Ma in Italia i processi durano anni, con arretrati, soprattutto nel civile, che si ripercuotono sul sistema economico del Paese. Cosa non funziona?
«Sul tasso di produttività siamo i primi in Europa: i magistrati italiani assicurano un livello di smaltimento degli affari ad essi affidati molto elevato. In queste settimane qualcuno ha commentato il fatto che la magistratura italiana pur collocandosi al di sopra di alcune altre istituzioni ha visto scendere il livello di gradimento dei cittadini italiani. La ragione non è rinvenibile nel difetto di professionalità, nella inadeguatezza delle motivazioni, nel fatto che le sentenze vengono ribaltate in appello o in cassazione: il tema di fondo sono i tempi della risposta giudiziaria. In Italia abbiamo circa 4,5 milioni di processi civili e quasi 3 penali. Un numero oscillante tra i 10 e 15 milioni di cittadini, considerando il numero delle parti dei processi, per effetto del fattore tempo sono insoddisfatte e arrabbiate con il sistema. C’è una insofferenza tra i cittadini, nell'avvocatura e nella magistratura: questa è la grande preoccupazione di cui dobbiamo farci carico. Io penso che per conseguire obiettivi più avanzati dobbiamo coltivare ed attuare i valori che ruotano attorno a tre parole: certezza, prevedibilità e tempestività. Come ci si arriva? Il legislatore da un anno e mezzo ha scelto la via di riforme organiche importanti che mi auguro possano essere approvate al più presto. Ad esempio, il tema della deflazione sia in sede penale sia in sede civile sta già producendo effetti positivi sul sistema. Depenalizzazione e speciale tenuità costituiscono una risposta minima ma positiva nella direzione della riduzione del carico su procure e tribunali. Sul civile la conciliazione, la negoziazione assistita e il ricorso al collegio arbitrale vanno nella stessa direzione».
Esiste poi il problema della carenza di personale, più volte denunciato dai magistrati.
«Spero che il governo si decida al più presto sul tema del personale attuando disposizioni già assunte. All’inizio del mio percorso il Governo mi chiese: se tu dovessi indicare una norma per migliorare il sistema giustizia cosa sceglieresti? Dissi assumete subito 5mila unità di personale di cui almeno mille giovani informatici. Le scoperture oggi si aggirano attorno a 9mila. Il governo e il parlamento hanno dato una riposta e oggi sono 4mila le persone che possono essere assunte ma ciò non ancora accade per difficoltà attuative. Altro problema drammatico è una scoperta d’organico dei magistrati senza precedenti e ciò in virtù della norma sull’abbassamento dell'età pensionabile da 75 a 70 anni. C’è infine il tema dell’organizzazione. In giro per l’Italia sono state adottate mille cosiddette buone pratiche organizzative, che noi stiamo sintetizzando ed implementando con un lavoro straordinario che presto si manifesterà pienamente ad esempio con il manuale delle prassi virtuose. Anche negli uffici abruzzesi si stanno diffondendo diverse buone pratiche, sperimentando esperienze interessanti, come a Teramo in collaborazione con università e avvocatura».
Oggi la giurisdizione è chiamata ad esprimersi su piccoli e grandi casi, spesso riempiendo vuoti legislativi. In che modo ciò contribuisce a caricare il sistema?
«I fatti cambiano velocemente e l'ordinamento fa fatica a regolarli. Ad esempio, c'è una più radicata e diffusa cultura dei diritti che si riversa sulla giurisdizione, fenomeno che noi non possiamo connotare in termini negativi. L'incertezza del diritto e l'aumento della domanda costituiscono sicuramente le principali ragioni dell’eccessivi carico sulla giurisdizione. C’è da stabilire una regola su un fatto nuovo che si verifica nella vita reale? Il legislatore può rispondere o non rispondere con la norma. Di certo non è obbligato a farlo. Se su quel fatto il cittadino formula una domanda al giudice, questi è obbligato a rispondere. Questa è la più grande novità del nostro tempo: siamo in una fase in cui gli ordinamenti giuridici, in particolare quelli statali, sono in crisi per effetto della globalizzazione e dell'irrompere della rivoluzione digitale che producono una straordinaria velocità nel mutamento dei fatti della vita. Di recente a Teramo il presidente della Corte Costituzionale Paolo Grossi ha parlato di rivincita dei fatti economici sul diritto. A me piace pensare ad una rivincita del diritto in vista di un nuovo equilibrio tra economia e diritto, tra società e giurisdizione ».
(a cura di Diana Pompetti)

