«Ma una buona indagine non sempre basta...»

Il presidente del tribunale di Teramo, con un passato di inchieste famose, spiega perché certe sentenze spiazzano: le prove devono essere sostenibili in giudizio
TERAMO. Dalla Grandi Rischi a Bussi passando per Housework: tre casi giudiziari e un solo filo per annodare sentenze di magistrati giudicanti che hanno demolito gli impianti accusatori dei colleghi inquirenti. «La divaricazione tra l’impostazione accusatoria e l’esito del processo molto probabilmente ha una frequenza da imporre una riflessione»: va subito al cuore Giovanni Spinosa, presidente del tribunale di Teramo, 60 anni, di cui più di 30 trascorsi nelle aule giudiziarie di mezza Italia. Alle spalle 17 anni da pm a Bologna con il suo nome legato alle indagini sui crimini della banda della Uno bianca e un incarico come presidente della sezione penale del tribunale di Paola dove ha firmato la prima sentenza con cui una cosca di mafia è stata condannata al risarcimento del danno in favore dello Stato per lesione della sovranità statale sul territorio.
La sua è una disamina tecnica, logica e puntuale perchè, come diceva Calamandrei «la giustizia è una cosa seria». E Spinosa, dotato di una capacità scientifica, quasi robotica, di valutare i fatti esclusivamente nella loro cornice giuridica, centra subito l’argomento pedalando (da grande appassionato di ciclismo quale è) sui crinali del pianeta giustizia senza, naturalmente, entrare nel merito dei casi. «Esiste la necessità della consapevolezza della funzione giurisdizionale da parte del pm nella fase dell’esercizio penale», dice, «intendo la capacità dell’inquirente di staccarsi dalle indagini e guardare l’esito delle stesse in modo asettico. Si tratta di perdere di vista la cronologia delle acquisizioni probatorie che hanno dato agli inquirenti il senso di un progredire nella conoscenza dei fatti. Può infatti accadere che, nonostante i successi investigativi, il quadro probatorio non consenta di sostenere l’accusa in giudizio. Per altro verso è indispensabile il ruolo dell’udienza preliminare come udienza filtro. In tale ottica la riaffermazione forte, rigorosa e senza tentennamenti della terzietà del giudice è, indubbiamente, una faccia della medaglia».
Perchè esiste un problema di terzietà del giudice? Anche qui la risposta è chiara. «C’è anche un problema di legislazione vigente», dice Spinosa, «oggi il giudice dell’udienza preliminare esprime solo un giudizio sulla base dell’astratta potenzialità delle prove a confermare l’ipotesi sostenuta dall’accusa. Ovvero il gup non esprime un giudizio in concreto, ma solo sull’astratta potenzialità delle fonti di prova. Sul punto la Cassazione è perentoria su come la legge debba essere interpretata: il giudice dell’udienza preliminare non deve, ad esempio, entrare nel merito dell’attendibilità di un teste, ma deve solo dire se la prova del reato sostenuta dall’accusa sarebbe raggiunta laddove il teste sia ritenuto tale dal giudice del dibattimento. Forse un intervento del legislatore per aumentare i poteri d’introspezione del gup e, contemporaneamente, contenere le casistiche delle impugnazioni eviterebbe la sorpresa di assoluzioni che destano sconcerto e ridurrebbe i tempi del processo».
In trent’anni di magistratura Spinosa, prima da giudice istruttore e poi da pm, ha diretto le indagini sui sequestri di persona dell'Anonima sarda avvenuti in Emilia Romagna nella seconda metà degli anni ottanta. Nelle stesse vesti e in stretta collaborazione con lo storico ufficio istruzione del tribunale di Palermo ha svolto le prime indagini sulle associazioni mafiose legate ai Corleonesi insediatesi a Bologna e in Romagna a partire dal 1984 (indagine su Salvatore Rizzuto, uomo d'onore legato a Pippo Calò), passando per il clan Rubino (1987-1988), fino all'inchiesta sulle bische che hanno coinvolto Giacomo Riina (zio del più noto Totò). Da un anno è consulente della commissione parlamentare antimafia. «Appartiene alla fisiologia del processo che un’ipotesi d’accusa venga verificata, condivisa o riformata nei gradi di giudizio», aggiunge, «e in una società in cui l’ipotesi di accusa viene scambiata come condanna la successiva assoluzione determina sorpresa e sconcerto. E’ evidente, inoltre, che le ipotesi che vanno a dibattimento sono sempre quelle più dubbie, sono quelle su cui non c’è convergenza tra accusa e difesa, altrimenti si procederebbe a riti alternativi». E nei tempi segnati dalle polemiche sulla responsabilità civile dei magistrati, Spinosa non si sottrae alla scontata domanda sul tema che nelle ultime settimane ha infervorato palcoscenici televisivi e riempito le pagine dei giornali. «Il coraggio non è un optional», conclude, «ma un dovere cui i giudici sono quotidianamente chiamati nell’esercizio della funzione e, in tal senso, il recente richiamo del presidente della Repubblica Sergio Mattarella ci gratifica e non lascia spazio ad alibi o tentennamenti».
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