«Mai condanne in Italia per avvelenamento doloso»

31 Gennaio 2017

L’avvocato della difesa Sassi: «Dal 1992 prelievi con valori accettabili L’inquinamento della “Tremonti” non è attribuibile agli imputati attuali»

di Giampiero Giancarli

L’AQUILA

«. Non c'è mai stato avvelenamento perché l'acqua dei pozzi è sempre stata potabile. E questo è, né più né meno, quello che dice la sentenza di assoluzione di primo grado. La discarica Tremonti, l’unica davvero inquinante, è stata chiusa nel 1972 per cui quello che è successo dopo non è attribuibile agli imputati».

L’avvocato Carlo Sassi, difensore di quattro dirigenti Montedison tra i 18 imputati nel processo sulla discarica dei veleni di Bussi in Corte d’Assise di appello all’Aquila, contesta su tutti i fronti le pesantissime accuse di avvelenamento e disastro ambientale. Nel corso della sua arringa ha anche tirato fuori una divagazione storica forse per evidenziare il destino ineluttabile del sito di Bussi, vocato, suo malgrado, all’inquinamento. «Negli anni Trenta», ha detto, «il duce vi faceva preparare i gas tossici, quali l’iprite, per le bombe utilizzate nei combattimenti per la riconquista delle colonie fasciste». Libia, Etiopia e Somalia furono le terre più colpite.

«L'avvelenamento doloso», ha aggiunto entrando nel merito, «è assimilabile alla strage come pena, ma mai in Italia c'è stata una condanna per avvelenamento doloso in un contesto lecito come quello dell'industria». «I prelievi dal 1992 sono stati nei parametri nonostante la normativa si fosse inasprita», ha continuato, «i valori degli anni Novanta sono in linea persino con la normativa in vigore 10 anni dopo. È difficile, perciò, sostenere un'accusa così grave. Tutte le analisi dopo il 1992 solo in minima parte superano i valori. E quelli sballati rientrano nella fascia di errore analitico, quindi ammissibile». «Questa è la condotta equivalente a mettere una bomba in una piazza affollata?», ha affermato polemicamente l'avvocato nella sua lunga arringa. Il legale milanese ha insistito nel parlare di condotta inoffensiva degli imputati alcuni dei quali sono arrivati a lavorare nel sito più di dieci anni dopo il 1972 e, dunque, nulla sapevano di quello che poteva essere avvenuto prima. Ha tenuto a rimarcare che oggetto della tutela penale è solo l’acqua che si beve e la minaccia deve essere effettiva e non solo potenziale. Durante l'intervento, il difensore si è rivolto in maniera decisa all'avvocato dello Stato Cristina Gerardis, direttore della Regione Abruzzo, tanto che il presidente del collegio lo ha invitato a indirizzare lo sguardo alla corte. Sassi teme che si stia cercando di inserire nel dibattimento documenti che non figurano agli atti del processo. Il riferimento era allo studio svolto nell'estate 2015 dall' Agenzia regionale per la tutela dell'ambiente in seguito alla chiamata di alcuni privati che abitano a valle del sito Montedison, citato dalla Gerardis nel suo intervento nelle udienze precedenti.

Ha poi voluto precisare che prima del 1972 un’altra ditta scaricava i residui del lavoro senza alcun trattamento ma si tratta di azienda che nulla a che spartire con gli attuali imputati. Sassi, in particolare, assiste gli ex dirigenti Nazareno Santini, Carlo Vassallo, Nicola Sabatini, Leonardo Capogrosso. Oggi altra udienza. Sentenza forse a metà febbraio.

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