«Mangiare biologico aiuta a combattere il tumore al seno»

Cianchetti: la prevenzione è importante ma non basta, bisogna cominciare cambiando le abitudini alimentari
di Antonio De Frenza
PESCARA
Ottobre è il mese della prevenzione dei tumori al seno. Abbiamo chiesto al professor Ettore Cianchetti, responsabile del reparto di senologia dell’ospedale di Ortona, di fare il punto sull’incidenza della malattia, sulle terapie e sulla prevenzione.
. Professor Ettore Chianchetti, a che punto è la lotta contro il tumore al seno?
«Da un punto di vista generale c’è un miglioramento diagnostico e c’è un miglioramento anche dal punto di vista dei risultati e delle probabilità di guarigione. Ma non possiamo continuare su questa strada».
In che senso?
«Noi vediamo il tumore come un incidente di percorso che capita perché c’è un’alterazione del Dna. Così, tutte le nostre forze negli ultimi 30-40 anni sono state indirizzate a produrre farmaci efficaci, che ci sono, e a fare prevenzione secondaria per scoprire il tumore nelle fasi iniziali, quando è molto piccolo. Questo ci fa vincere molte battaglie e non la guerra».
E per vincere la guerra che cosa bisogna fare?
«Dobbiamo fare prevenzione primaria, cioè capire perché abbiamo dei tumori, e perché quando ho iniziato 42 anni fa ad occuparmi dei tumori della mammella c’era un’incidenza di 30 tumori per 100mila donne e adesso siamo a 160 per 100mila, con l’età delle donne che si è abbassata notevolmente. Prima operavamo solo donne anziane, oggi operiamo anche giovani sotto i 30 anni. E questi tumori sono cambiati: il 70% sono ormono-dipendenti».
In questi 42 anni che cosa è successo?
«Due cose fondamentali: viviamo in un mondo più inquinato e abbiamo cambiato alimentazione, cioè stile di vita. Dalla fine della Seconda Guerra mondiale centinaia di migliaia di molecole sono state immesse nell’ambiente, molecole che noi inglobiamo costantemente con l’alimentazione. Basti pensare agli erbicidi che assumiamo con la frutta, o ai grani mietuti cinque anni prima e conservati, trattandoli con prodotti conservanti (che sono cancerogeni), per evitare le muffe (che sono anch’esse cancerogene) per produrre pasta o pane. Pensiamo agli insaccati confezionati usando nitrosamina come conservante, perché ormai il maiale non si ammazza solo a gennaio ma anche a Ferragosto. Sono tutti cancerogeni, presenti in dosi piccolissime, che rimandano nel nostro grasso, nel nostro fegato e creano sinergia tra di loro. E, sopprattutto nelle donne, portano a una alterazione del sistema ormonale».
Allora che cosa fare?
«Possiamo cominciare a mangiare in maniera diversa. La nostra difesa è mangiare biologico, e imparare a leggere le etichette, per capire ciò che non c’è ma anche ciò che c’è nei prodotti; che tipo di farina hai adoperato e da dove arriva. E se ci sono pesticidi residui».
Anche con gli Ogm occorre la stessa attenzione?
«Anche gli Ogm hanno bisogno di pesticidi, alla fine cambia poco».
La diminuzione della fertilità è legata a questo problema?
«Gli inquinamenti ambientali determinano un’alterazione ormonale che influenza la fertilità, ma dobbiamo capire che se una donna non è fertile a 30 anni, probabilmente il problema non è iniziato con lei ma con suo padre o sua madre, perché queste alterazioni si trasmettono. E’ la cosiddetta epigenetica. La vera novità è che sono alterazioni reversibili che possono essere combattute con l’alimentazione. C’è uno studio fatto in Val di Non dove le mele vengono trattate da 10 a 15 volte. Hanno misurato i metaboliti dei pesticidi presenti nella popolazione, poi hanno preso un gruppo di volontari che per 10 giorni hanno assunto 50 grammi di miele di bosco, pari a 2 milligrammi di polifenoli che hanno un’azione farmacologica. Ebbene, dopo 10 giorni, continuando a fare la stessa vita, questo campione presentava la metà di pesticidi. La morale è che dobbiamo iniziare una prevenzione a lungo termine,. Dobbiamo ragionare sui nostri figli e nipoti».
La campagna di quest’anno è rivolta ai più giovani. Che cosa vuol dire?
«Bisogna cominciare a cambiare i tempi della prevenzione. Gli screening nazionali si fanno ogni 2 anni dai 50 ai 70 anni. Nel frattempo l’età media è aumentata e gli anni andrebbero portati a 75. Ma l’incidenza dei tumori sta aumentando anche nella popolazione pù giovane, dunque sarebbe bene iniziare per lo meno a 45 anni. Però direi a tutte le donne dai 30 anni in su di fare controlli periodici».
Tra le donne c’è più attenzione alla prevenzione?
«Sta crescendo, anche se non è ottimale. Sullo screening mammografico ci sono delle criticità, soprattutto in qualche Asl, anche perché non è pubblicizzato bene, per cui abbiamo anche risposte bassissime. A Chieti abbiamo il 70%, che comincia a essere un risultato discreto, anche se a Trento sono al 92% , ma è sempre una questione di organizzazione e di politica: in Sicilia e Calabria lo screening non esiste per niente».
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