«Mangiate abruzzese e sprecate meno cibo»

Il fondatore di Slow food all’Aquila: l’alimentazione industriale distrugge la nostra salute, per una sana educazione ci vuole un’ora di lezione nelle scuole
L’AQUILA. «Anche i poveri sprecano e anche i ricchi mangiano merda». Colorito, ma efficace Carlo Petrini, conosciuto come Carlin, gastronomo, sociologo, scrittore, fondatore dell’associazione Slow Food. È tra i protagonisti del Festival della partecipazione che fino a domenica sta riempiendo L’Aquila di gente, ma soprattutto di contenuti.
Che impressione ha avuto dell’Aquila oggi?
«Forse è iniziato il processo vero, ma da qui a vedere come si ricostruisce la socialità dentro un centro urbano ce ne passa ancora. Il tempo aiuta e i giovani di sera sono qui. È un segnale bello, vogliono ricostruire la loro socialità qui»
Senza abitanti non si riaprono i centri storici. Cosa si può pianificare?
«Va reinventata la socialità nel centro storico. Ho in mente l’operazione che 40 anni fa fece Bologna nel rigenerare il centro storico con anziani e universitari. Serve un mandato in quel senso lì. Oggi l’elemento primario è la ristrutturazione di monumenti e palazzi, ma una riflessione su quello sarebbe interessante perché si ricostruisce un centro che vive di solitudini e questo non va bene. Quindi bisognerebbe cominciare a pensare a come farlo abitare».
Chi sono gli specialisti? Chi ha l’occhio per dare quello che manca. Oltre al festival che fa venire la gente, qui non ci sono anziani, non c’è chi fa il quartiere.
«Possono essere solo gli aquilani e mi affiderei alla visione dei giovani, chiederei ai giovani come vivono questa fase perché L’Aquila non può essere il luogo della movida e poi tutti via. È un progetto, il tempo farà la sua parte; mi dicono che tra i 7 e i 10 anni si completerà la ricostruzione, ma ci si arriva costruendo tasselli un po’ per volta».
Che cosa significa?
«Ho raccomandato che queste ristrutturazioni, che obiettivamente porteranno a immobili più cari, non siano privilegio solo di uffici o di persone agiate perché io penso ai piani bassi, bisognerebbe ricominciare dove c’era il ciabattino, dove c’era il panettiere, e ricostruire questa economia che peraltro oggi i giovani stanno applicando ovunque. Non deve arrivare il ciabattino ultraottuagenario, oggi ci sono ciabattini giovani che lavorano, ci sono realtà agricole artigianali sul cibo fatte da giovani. Noi all’università di Pollenzo abbiamo giovani che studiano questa forme di impresa nuova, ma funzionale alla comunità, interna alla comunità».
Esiste il grosso problema dell’integrazione.
«C’è l’esempio bellissimo di Riace, di come hanno rivitalizzato questo borgo abbandonato con extracomunitari, realizzando una forma di integrazione con gli abitanti residenti e chiedendo agli immigrati di riappropriarsi del savoir faire tipico dei calabresi. È diventato un caso mondiale, questo sindaco è geniale, ha fatto qualcosa di straordinario, però è qualcuno che ha avuto l’intelligenza di capire l’importanza della socialità».
Sul discorso dell’accoglienza, manca un pezzo. Non si possono accogliere questi ragazzi negli alberghi e basta.
«È un disastro anche per coloro che vogliono darsi da fare. Noi vogliamo mettere a disposizione degli alloggi per ospitarli, ma non possono lavorare. Immaginate un borgo: arrivano 15 di questi migranti ospiti, non possono lavorare. Tutta la comunità al mattino va a lavorare e si vedono questi ragazzi fuori al bar che aspettano. Qual è il meccanismo che scatta? Ecco allora Salvini affermare che gli italiani vanno a lavorare per mantenere gli immigrati. Invece, bisognerebbe dare un lavoro sociale, utile, di integrazione. Potrebbero dare una mano a far funzionare il verde pubblico, questa è una formula. Altrimenti l’accoglienza è diseducativa e genera una guerra tra poveri che non ha più senso. La legge prevede che lo straniero debba avere l’opportunità di parlare la lingua e aspettare fino a quando c’è il diritto di asilo. Le pratiche sono lunghe un anno e mezzo, poi solo il 10% avrà il diritto di asilo e il 90% resterà in una dimensione di clandestinità».
E chi si avvantaggia di tutto questo?
«Il malaffare che cerca di gestire con false cooperative. Se un hotel è sempre vuoto prende quattro soldi e accoglie i migranti, ma è un disastro su tutta la linea. Non si può parlare di responsabilità e partecipazione se poi si hanno vincoli di questo tipo».
Torniamo all’Aquila: ma i giovani avranno pazienza di aspettare altri sette, dieci anni, perché c’è gente che fugge dalle università, servizi che non funzionano. Come si può evitare questa dispersione di energie?
«Questa è la politica, è un campo che esigerebbe dei politici visionari. L’opportunità dell’Aquila dovrebbe favorire la visione di un politico. Quella che accompagna le speranze dei giovani di renderli attivi. È un percorso lungo. Mi rendo conto delle incombenze amministrative, burocratiche, il malaffare, è difficile, ma è altrettanto chiaro che l’ambizione e lo spirito di un politico dovrebbero cimentarsi sulla piacevolezza di creare nuova socialità. Qui non esiste più il bene comune, e cioé nella diversità dialoghiamo, qui esiste solo l’insulto».
Parliamo di cibo. Se le si dice Abruzzo, che cosa le viene in mente?
«Mi vengono in mente due cose: una società agropastorale millenaria che dai tratturi e dalla transumanza traeva una sua storia. Slow food ha rigenerato economie decotte che sembravano intelligenti e le ha fatte diventare un modello. Non escluderei che una transumanza intelligente possa essere appassionante per i giovani, produrre risultati di reddito, per l’immagine di questa terra, il turismo, eccetera...».
E dal punto di vista dei prodotti alimentari?
«Basta guardarsi attorno. C’è una realtà di grani antichi, l’Abruzzo è uno dei depositi più grandi d’Italia, tra solina e altri. In un futuro prossimo scoppierà una bolla di proporzioni gigantesche rispetto all’alimentazione. Abbiamo un milione di celiaci in Italia, il diabete di tipo 2 sta crescendo in maniera esponenziale. Questo significa che l’alimentazione industriale sta distruggendo la nostra salute e in più il grano si paga lo stesso prezzo di 25 anni fa, mentre invece i grani antichi strappano ancora prezzi più interessanti. Bisognerebbe creare filiere di distribuzione che diano valore al cibo. O gli abruzzesi fanno più promozione fuori oppure si morirà con un tesoro sotto il culo».
L’olio buono non costa troppo? I pensionati prendono olio di semi a 1,5 euro. I ricchi mangiano bene e i poveri mangiano male e peggio. Come si possono dare prodotti qualitativamente buoni a prezzi accettabili?
«È vero e no. C’è una sofferenza vera e lo capisco, ma c’è uno spreco di miliardari e poveri che buttano migliaia di tonnellate di cibo in questo paese. Produciamo cibo per 12 miliardi di viventi, siamo 7,3 miliardi e un miliardo soffre di malnutrizione. Il dato è tutto lì: il 40% va nella spazzatura. Anche qui all’Aquila. Una persona che non ha grandi disponibilità deve affinare la propria conoscenza. Se l’olio che costa meno mi risolve il problema della mia economia, sbaglio perché non risolve le esternalità negative, tra malattie e altro.
Che ruolo può avere la scuola in tutto questo?
«Un’ora obbligatoria di alimentazione a scuola sarà necessaria. Abbiamo aperto 500 orti scolastici, è una meraviglia. I ragazzi educano i giocatori, saranno i futuri consumatori che non si faranno abbindolare dalle pesche che arrivano dalla California. Costano niente, ma sanno anche di niente. Non si levi nessuno, neanche il povero, dalla responsabilità di una alimentazione corretta».
A chi rivolgersi?
«In questa terra straordinaria stabiliamo rapporti con i contadini, dal produttore al consumatore, mercati contadini, si fanno pochi km per conoscere un contadino, non abitiamo mica a Manhattan! Il trauma profondo dell’Aquila? Il cibo aiuta, rimette assieme tante cose, ma è un processo lento».
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