Marcinelle, Cavuti: “Sprofondavano sottoterra, a mille metri dalla vita”

Uno scritto del compositore e regista abruzzese tratto dal racconto “I Fatti di Marcinelle”
PESCARA. E allora la mia malinconia se ne volava via lontano, oltre la montagna scura che dormiva da sempre attorno al mio paese. E riflettevo, che in fondo, le cose brutte e le cose belle della vita, prima o poi, si sarebbero pareggiate e, alla fine, tutto quello che di nuovo mi fosse accaduto, avrebbe messo i conti a posto, e sarebbe stato come aprire e chiudere la porta di casa per fare uscire fuori una mosca che vola al centro della stanza e che sarebbe andata via, prima o poi. Anche le reazioni del mio corpo stanco per la fatica e i frammenti del mio cuore solitario, rotto per lo scoramento, si sarebbero trasformate in momenti di gioia, prima o poi.
E di tutta questa infelicità, anch’io me ne sarei fatto una ragione. (…) Forse anch’io, in Belgio, sarei venuto al mondo per una seconda volta sotto una luce piena di fortuna, a millecinquecento chilometri di distanza dalla casa mia piena di fango, muffa e miseria, e a mille metri di profondità, iniziando a contare i metri da dove partono le radici del ciliegio che mio padre aveva piantato per me, davanti a casa. Proprio dove finiva la terra, lì, chissà, sarebbe iniziato il mio sogno. (…) Dopo aver usato per otto ore il martello pneumatico per scavare, con la lampada a gas appesa al collo che pesava circa tre chili, alla fine del turno mi sembrava di essere già morto.
E pensavo che l’ascensore che mi riportava in superficie, mi stesse accompagnando dritto da San Pietro, in Paradiso. Perché, dopo tutta quella fatica che intristiva ogni attimo della mia vita, doveva esserci un premio nell’Aldilà per noi minatori emigrati in Belgio, senza arte, né parte, che ogni giorno sprofondavamo sottoterra, a mille metri dalla vita. E nessuno si sarebbe potuto opporre. Io cercavo di farmi coraggio, ma ogni giorno che l’ascensore mi portava in quell’abisso a mille metri lontano dalla vita, sentivo l’odore della fine del mondo e pensavo a tutto quel buio che attanaglia per sempre chi non c’è più.
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