«Mi dimetto da terremotato e familiare delle vittime»

23 Novembre 2015

Se è vero che, a distanza di sette anni, quando ci si trova in occasioni che ricordano il sisma, quei volti che ti si avvicinano, che ti guardano, che ti stringono non sono di circostanza, allora...

Se è vero che, a distanza di sette anni, quando ci si trova in occasioni che ricordano il sisma, quei volti che ti si avvicinano, che ti guardano, che ti stringono non sono di circostanza, allora vuol dire che ognuno di noi, tutti, sentiamo quelle persone nostre, figli nostri, di tutti e, ripeto, un bene comune e come ha detto qualcuno ieri “figli di questo paese”.

E non sopporto più neanche il ruolo di “terremotato” che oggi è quasi sinonimo di appestato.

Togliamoci di dosso queste etichette; lasciamo che ognuno di noi viva con se stesso i propri sentimenti, le proprie emozioni, i ricordi struggenti, i sogni distrutti.

Credo che non ci sia più bisogno di consolazione, siamo stati consolati forse anche troppo.

E’ necessario ora alimentare la speranza; la speranza che i buoni propositi diventino realtà; la speranza di poter rivedere Onna ricostruita; la speranza di vedere di nuovo una comunità concorde e unita; la speranza che ognuno di noi possa mai dimenticare i terribili giorni seguenti il 6 aprile quando ci sentivamo una persona sola.

Per me la Madonna posta ad Onna nel luogo della memoria non è la Madonna della Consolazione come hanno voluto chiamarla, bensì la Madonna della Speranza che rivolta verso il paese distrutto insieme ai suoi figli prega per una rinascita veloce.

Quindi io mi dimetto: mi dimetto dal ruolo di “famiglia delle vittime”; mi dimetto dal ruolo di “terremotato”.

Il nostro ruolo oggi deve essere quello di chi crede ed opera concretamente per il futuro.

Pasquale Pezzopane

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