L'INTERVISTA

Mutolo, l’ex mafioso “malato” di pittura: «Cerco il perdono» 

«Non ho mai avuto la possibilità di chiederlo ai parenti delle persone che ho ucciso e il ricordo mi crea dolore»

È il superpentito della Mafia, vive sotto protezione in una località segreta. Al riparo delle vendette, dietro i suoi rimorsi. E dipinge, anzi, come dice lui con la erre arrotondata da siciliano verace, è malato di pittura: «Ho il cavalletto sempre vicino al letto, e anche di notte, mi alzo e dò qualche pennellata».
Gaspare Mutolo, “Asparinu” come lo chiamava il suo capo – un certo Totò Riina – sembra un docile uomo di quasi 80 anni che non diresti mai che abbia ucciso trenta persone, tante quanti sono gli omicidi di cui si è autoaccusato.L’appuntamento è a pochi giorni dalla chiusura della sua mostra al loggiato di Giulianova (a cura della galleria RespirArt) e della quale c’è stata un gran parlare: Il pentito pittore; Il boss redento dalla pittura; Un colpo di pennello sulla mafia.

Signor Mutolo, è così?
«Guardi, non lo so se è così. Io ho sempre dipinto anche prima, quando c’era mia moglie. Certo è che a Giulianova la mostra ha avuto forte risonanza, più di quanto ne ha avuta in grandi città come Palermo, Roma, Savona. Ho ricevuto per giorni tanti complimenti, telefonate, messaggi, devo dire che c’è stata una mobilitazione che non immaginavo. E questo grazie all’amico mio Palestini, (l’uomo Plasmon di Giulianova n.d.r.), alla curatrice Maria Santamaita, al direttore artistico Berardo Montebello, all’artista Fabrizio Slocchini».
È andata bene anche dal punto di vista delle vendite?
Risata. «Sì, sì, sono soddisfatto anche per aver venduto dei quadri. Parte dell’incasso va in beneficenza. Ma lei sa come il valore dei quadri purtroppo aumenti quando i pittori muoiono e tutti sanno che io c'ho (in dialetto siciliano) ormai 80 anni. Spero di campare ancora per un po' di anni però siamo alla fine della strada».
Quanti quadri ha venduto nella sua vita?
«Tanti, non ricordo. Li ho venduti anche all’estero».

Però ricorda quelli a cui tiene di più?
«Sono due e li ho io. Uno è quello sulla strage di via D’Amelio in cui è morto Borsellino e dove c’è una persona con la famosa borsa dell’agenda rossa del giudice; non lo do a nessuno perché mi ricorda Borsellino e ho paura che venga venduto. Il secondo lo tengo accanto al letto ed è un’immagine sacra con la figura di un uomo morto sotto una piovra a otto tentacoli e con una luce che lo illumina. E’ il cambiamento della vita».
E’ il cambiamento della “sua” vita?
Silenzio.
Signor Mutolo, lei due anni fa auspicava nuove leggi per sconfiggere la mafia: sono state introdotte?
«Sì, in peggio. Nel senso che ora è tutto più difficile che qualcuno si possa pentire. Prima le leggi erano più favorevoli perché il governo barcollava nella paura del buio e aveva bisogni dei pentiti. Adesso ci sono anche dei giudici valorosi ma la cosa è scemata. Un pentito deve farsi la galera e non c’ha più le garanzie una volta».
Come cambierebbe la legge?
«Applicherei le stesse regole per i mafiosi ai politici corrotti. Le stesse pene, ed il sequestro dei beni. Così non ci sarebbe più bisogno dei pentiti».


Qui tocchiamo il rapporto Stato -Mafia.
«Eh, inevitabile. Altrimenti mi spieghi lei perché un collaboratore ritenuto attendibile nel momento in cui va a toccare un politico aumenta il suo rischio. E badi bene parlo di politici ma mi riferisco al corrotto in generale, che si trova in tutti i campi».
Ho letto che qualche anno fa ha detto di aver votato Berlusconi e che cominciava a vedere bene un certo Renzi. Fra i politici di oggi c’è qualcuno che le ispira fiducia?
«Basta che siano onesti».
Di Maio, Salvini?
«Sono tutti giovani».
E il presidente del Consiglio Giuseppe Conte?
«Una volta lo vedevo come un signore, ora lo vedo come un furbetto. Diciamo uno un po’ più furbetto del normale».
Ha suscitato clamore il caso della scorta tolta e poi riassegnata a Valeria Grasso, testimone contro la mafia. Come interpreta quanto successo?
«Innanzitutto non credo che nella commissione ministeriale che assegna le scorte siano tutti impazziti. Però lì dev’esserci qualcuno che ce l'ha con questa signora che si è mossa contro il clan dei Madonia, uno dei clan più potenti in Sicilia e che io conosco bene. Penso che a questi pepetti che mettono le scorte ci è arrivata qualche raccomandazione da qualcuno che ce l’ha sul naso. Meno male che gliel’hanno restituita la scorta. Ma alla signora e alla sua famiglia hanno tolto la pace, si deve preoccupare. Purtroppo in Italia si va sempre avanti per raccomandazione. Sono meccanismi antichi che si rinnovano... ».
A proposito del passato, ha mai incontrato qualche parente, qualche figlio, qualche madre di una delle trenta persone che ha ucciso?
«Sì, però non è che sapevano che ero stato io l’assassino di un fratello, di un genitore o di un marito».
Anche quando si è pentito, nella sua seconda vita, non è mai andato da loro a chiedere perdono?
«No, ma io non ci sono andato perché non ho avuto, né ho, la possibilità di andarci. Ho sempre cercato di far capire che non capivo in quale realtà mi fossi trovato. Un giovane ladro alle prime armi come me in quegli anni non vedeva il mafioso-delinquente, ma persone in ruoli e posizioni culturalmente più importanti e più elevati. Ricordo che dopo che mi sono pentito e che anche quando ci sono state delle proteste ho avuto modo di raccontare ai familiari delle vittime gli eventi e di far loro capire il perché e come sono stati uccisi i loro cari».
E questo l’aiuta a vivere meglio o a nascondere il suo passato?
Pausa. «Capisco una cosa, ora. Come può una persona a cui viene ucciso il padre perdonare l’assassino anche se sono passati molti anni? Ho mandato segnali, ho fatto capire a tutti che mi sono pentito e che ho fatto il minor male possibile perché nella mia vita sono stato un mafioso diverso dagli altri mafiosi».
Ma sempre trenta persone ha ucciso...
«Eh, c’è qualcuno ne ha ucciso ottanta. Ma anche se fossero state di più ho cercato di spiegare che io non potevo farci niente, che a quei tempi si dovevano eliminare perché altrimenti si correva il rischio di essere eliminati. E’ logico che mi spiace, ma una volta che ho rinnegato il mio passato si capisce che ricordo con dolore tutto quello che ho fatto».
Signor Mutolo, lei crede in Dio?
«Credo in qualche cosa di soprannaturale da quando nel 2012 ho conosciuto e frequento un’associazione che mi ha dato molto, mi ha aiutato nell’affrontare il passato. Mi vado avvicinando molto alla fede e da quando mia moglie mi è mancata, vivo nella speranza di poterla rivedere e di ricongiungerci».
Ogni sera prega e chiede perdono?
«No, non sono abituato a pregare ogni sera ma quando ci penso mi viene male, rifletto su quanto ho fatto e ci sto male. Però se devo fare qualche opera di bene la faccio sempre con tutto il cuore, è un modo per farmi perdonare» .
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