Nelle stalle è nato il paese albergo

In Molise, al confine con l’Abruzzo, Rsa nell’ex scuola e meleti bio sui terreni incolti. Con il sì dei residenti
Come dire? Hanno esaltato gli elementi negativi di una piccola comunità trasformandoli in opportunità. E per un piccolo comune di appena 351 abitanti significa che tutto ciò che pareva perduto è diventato ricchezza. Succede a Castel del Giudice, in Molise, il paese che dette i natali a Giacomo Caldora, duca e gran connestabile del Regno di Napoli. Ma l’Abruzzo, qui, è nell’aria, visto che di sotto passa il Sangro; Ateleta, provincia dell’Aquila, è a una manciata di chilometri verso ovest, e Gamberale, il borgo più alto della provincia di Chieti, è là che si staglia sulla roccia. Alle spalle c’è Capracotta ma bisogna alzare la testa bene all’insù per scrutarla. Andiamo per ordine.
La residenza assistenziale. L’ex scuola elementare chiusa per mancanza di alunni, è stata trasformata in casa di riposo: i cittadini hanno messo i soldi di tasca loro - è il ricorso al cosiddetto azionariato popolare - per finanziare la trasformazione dell’edificio con il risultato che gli anziani del paese che non possono essere accuditi direttamente nelle loro case, vivono a poca distanza dalle loro famiglie. Il Comune, da parte sua, ha acceso un mutuo ipotecario per l’intervento di sua competenza. Ne è nata una società, la San Nicola srl, che gestisce la casa di riposo e dà lavoro a venti addetti.
Le mele bio. I terreni agricoli intorno al paese e abbandonati da anni sono stati bonificati per accogliere colture rigorosamente biologiche tra mele (il grosso della produzione) susine, ciliegie, fragole e farro. È stata creata una società, la Melise srl, che da 22 ettari di terre ora ne gestisce 48, che dà lavoro a 4 giovani mentre una ventina sono gli occupati stagionali. I prodotti, poi, vengono inviati al consumatore finale attraverso un sistema di filiera corta. Il centro di raccolta è appena fuori dal centro storico in due capannoni costruiti per una cooperativa zootecnica mai decollata e quindi in disuso.
Il paese albergo. E poi, l’albergo diffuso. Cinquanta stalle poste all’ingresso del paese, mai accatastate in passato e in perenne abbandono, sono state recuperate con abitazioni dotate di 150 posti letto, un ristorante con 150 coperti, centro benessere, sala convegni: tutto questo con zero metri quadrati di suolo consumato. Lo strumento operativo utilizzato per arrivare a quest’opera è la Stu, la società di trasformazione urbana, la cui nascita ha consentito di accelerare le pratiche burocratiche visto che si trattava di coinvolgere una ottantina di proprietari delle ex stalle. La Stu ha rilevato le proprietà degli immobili a un prezzo concordato: oggi il 20% è in mano al Comune e il restante 80% è di due privati, selezionati con in bando pubblico. È nato così Borgo Tufi, un paese albergo che fa capo agli imprenditori Enrico Ricci, di Castel di Sangro, presidente dell’Ance della provincia dell’Aquila, e a Ermanno D’Andrea, di Capracotta. Due milioni e mezzo di euro di investimento pubblico per infrastrutture, urbanizzazione e spazi comuni; 5 milioni di investimento privato per il recupero funzionale delle stalle. Dieci sono nuovi occupati in questa fase iniziale di avvio del paese albergo. Il tutto a una manciata di chilometri dalle piste da sci del comprensorio, a partire dalle vicine Roccaraso e Capracotta.
La rinascita. Insomma, questo borgo che sembrava destinato alla sparizione come tanti altri di Abruzzo e Molise, è diventato teatro di un laboratorio sociale ed economico in cui sperimentare politiche innovative di gestione del territorio. Il tutto, sia chiaro, sentendo preventivamente i cittadini. Con il Comune che nel corso degli anni ha avuto nei confronti della comunità locale un ruolo di garanzia e tutela sui tre progetti e sui benefici per gli abitanti. «Ecco», dice il sindaco Lino Nicola Gentile, 48 anni, commercialista a Sulmona, «così facendo abbiamo creato le condizioni per evitare di far chiudere il paese. Abbiamo fatto tutto ciò che era possibile fare esaltando gli elementi negativi e facendoli diventare delle vere e proprie opportunità. Ovviamente coinvolgendo i cittadini in tutto quanto è stato fatto, senza strappi. Abbiamo utilizzato anche i fondi pubblici, certo, ma senza realizzare cattedrali nel deserto, solo per la gestione delle cose che servono a un territorio. Siamo un esempio da imitare e per questo a disposizione di quanti vorranno sapere che cosa abbiamo fatto. Altro che fusione dei Comuni! È una sfida a chi pensa che il patrimonio non vada preservato tutelando ogni pietra». Ecco, è la rivincita dei piccoli borghi. E adesso vada al bando anche l’acronimo Pimby (Please in my backyard, ossia “Per favore nel mio cortile”). Noi chiamiamolo “Mocadegi” ossia “Modello Castel Del Giudice”, che racchiude tanto di molisano e abruzzese in questa rivoluzione dal basso. E che cavolo!
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