Nicodemi: «Il nostro Cerasuolo è moderno e risponde ai gusti del mercato»

Parla il presidente del Consorzio di tutela dei vini d’Abruzzo: «Con 100 produttori vogliamo affermare il nostro modello»
PESCARA. Sulla sommità di una torre, nel cuore verde del Veneto, l’Abruzzo del vino esalta le qualità dei colori e del gusto delle sue creazioni puntando in particolare su uno dei suoi prodotti di eccellenza. Ha il color ciliegia e una inconfondibile sensazione gustativa. È il “signor” Cerasuolo, il vino che reciterà la parte del protagonista in questa edizione 2026 del Vinitaly di Verona. Frutto dell’abilità degli enologi della nostra terra, gode della compagnia dei già consolidati Montepulciano, Trebbiano e affini. Quale il segreto del successo dei nostri vini? Più scienza o più arte? Con il presidente del Consorzio tutela dei vini d’Abruzzo, Alessandro Nicodemi, parliamo della forza della nostra vitivinicoltura e delle dinamiche utili per essere competitivi sul mercato.
Presidente Nicodemi, con quali carte l’Abruzzo si presenta al Vinitaly?
«Quest’anno l’Abruzzo si ripresenta nella stessa compagine aziendale. Nel senso che confermiamo circa 100 imprese, a dimostrazione del fatto che nonostante la situazione di mercato sicuramente non sia delle più favorevoli, lo spirito imprenditoriale in Abruzzo non manca, soprattutto nel settore vitivinicolo».
Come procede l’operazione di promozione delle aziende?
«Anche in altre fiere abbiamo fatto il record di presenze. a Wine Paris, con quasi 48 aziende, e lo stesso alla ProWine di Düsseldorf. L'umore cerchiamo di tenerlo alto, anche se sicuramente la situazione del mercato non è delle migliori. Novità eclatanti non ce ne sono. Ormai cerchiamo sempre di più di affermare ovviamente il modello Abruzzo».
E come avviene questa operazione di marketing?
«Con la presentazione al mercato non più solo del Montepulciano, ma anche del Trebbiano e del Cerasuolo, ma soprattutto di un vino declinato sulle 4 province, con la menzione “superiore”. Proprio per dare non solo un'identità qualitativa più alta, ma oltremodo per poter identificare i nostri vini con le famose sottozone. Quindi ripeto: non più un solo Montepulciano, ma quattro tipologie di Montepulciano, di Trebbiano e Cerasuolo che ancor di più identificano, ovviamente, il vino e il suo territorio».
Il Brindisi sulla Torre Lamberti a Verona sarà un momento iconico e di grande effetto per l’Abruzzo. Che significato ha per i nostri vini?
«Quest'anno, una delle novità a livello di comunicazione, è l'Abruzzo presente in Vinitaly on the city. E, ovviamente, in questa location di Torre Lamberti, noi puntiamo molto sulla promozione del nostro Cerasuolo che oggi reputiamo forse, all'interno della gamma dei vini abruzzesi, quello maggiormente identitario».
Il Cerasuolo come guest star, quindi?
«Sì, perché il Montepulciano d'Abruzzo e il Chianti rappresentano denominazioni di vino rosso fermo italiano; e sono le più grandi, siamo oltre i 100 milioni di bottiglie. Io credo che sia un vino che oggi non dobbiamo più di tanto spingere, passami il termine, ma dobbiamo al contrario cercare di valorizzare, perché questo è il nostro problema».
In che modo?
«Non abbiamo problemi di vendita, diciamo che abbiamo problemi di vendita al prezzo giusto. E su questo il Consorzio sta lavorando appunto per valorizzare l'immagine reputativa di questo grande vitigno. E secondo me, ovviamente, grande vino».
E come si inserisce in questo quadro il Cerasuolo?
«Il Cerasuolo in questo panorama invece può rappresentare veramente una denominazione con forti prospettive di crescita. Perché innanzitutto nasce dalle nostre uve Montepulciano, e ne abbiamo tantissime. Vinificato in bianco e anche con una nuova rispondenza di gusto per il mercato. Che va sempre verso vini più semplici, ma che non significa più banali. Diciamo di una beva più immediata. E il Cerasuolo ha tutte queste caratteristiche con un frutto estremamente prorompente e una notevole fragranza, un colore anche accattivante, perché, insomma, il nostro non è un rosato, è un Cerasuolo. Io dico sempre che noi siamo forse l’unica regione che ha tre colori: bianco rosso e cerasuolo».
Spieghiamolo ai non addetti ai lavori.
«Il rosato si trova in tutta Italia, il Cerasuolo è un colore identitario solo nostro, tant'è che stiamo anche cercando, all'interno del disciplinare di produzione – si chiama IC, intensità di colore – che appunto vada un po’ a demarcare quelli che sono i prodotti che si possono classificare come Cerasuolo e i prodotti, invece, che vanno classificati come Doc Abruzzo rosé o Igt terre d'Abruzzo rosé».
Per intenderci un colore più intenso, giusto?
«Sì, sicuramente un colore più intenso, perché appunto è il colore della ciliegia. I nostri nonni bevevano a tutto pasto il Cerasuolo, che aveva questo colore anche molto intenso. Tant'è che il Montepulciano era chiamato nero. Cioè, il loro vino rosso, tecnicamente era il Cerasuolo, mentre il Montepulciano lo chiamavano il vino nero perché in effetti era nero come la pece. Quindi, questo era una postilla di colore».
Quello dei nostri nonni era una sorta di Montepulciano ante litteram?
«È un vitigno abbastanza impegnativo, che ha bisogno anche di essere smussato nei suoi tannini, e quindi necessita anche di un adeguato affinamento. È ovvio che subito dopo la vendemmia, non si poteva bere, e quindi il Cerasuolo era il vino da pasto usato per la tavola di tutti i giorni».
Ma il Cerasuolo non è un vitigno perché deriva appunto dal Montepulciano.
«Certo, deriva dal nostro Montepulciano. E quindi loro bevevano il Cerasuolo praticamente sempre. Il Montepulciano veniva usato solo per le grandi occasioni, anche perché parliamo della guerra, del dopoguerra, e non è che in quel periodo la carne si mangiasse tutti i giorni con regolarità».
Cambiano i tempi, ma cambiano anche le mode.
«Esatto, con un balzo avanti di decenni stiamo andando verso pasti più veloci con un'attenzione maggiore anche alla linea e all'alimentazione. Ebbene, il Cerasuolo rappresenta quel vino che tu puoi abbinare anche a un'insalata, a un petto di pollo leggero, a un pesce a tutto tondo, a i formaggi e al prosciutto. Diventa, insomma, quell'elemento perfetto anche per una tavola light. Possiamo dire che è un po' il trend che ha portato al massimo splendore le bollicine».
Parlando di bollicine, come si sta muovendo l’Abruzzo?
«Noi non abbiamo una bollicina o meglio stiamo lavorando anche sulla bollicina perché un’altra novità di quest'anno è che ci sarà un angolo, accanto all'enoteca consortile, proprio dedicato allo spumante d'Abruzzo Doc. Perché noi crediamo anche molto nella spumantizzazione nella nostra regione che può essere un'alternativa in una sezione di mercato, dove appunto i nostri vini rossi o diciamo corposi hanno difficoltà, noi abbiamo delle carte da giocarci fra cui appunto anche la spumantizzazione. Quindi, noi come consorzio cerchiamo di valorizzare il più possibile».
E i bianchi abruzzesi?
«Abbiamo anche dei grandi bianchi, dal Trebbiano che tutti bistrattano, è un grandissimo vitigno che se lavorato bene dà grandi soddisfazioni, per passare poi al Pecorino, che oggi è forse il vino più in voga. Quindi, diciamo, che abbiamo svariate cartucce che possiamo giocarci».
Se dovesse convincere un cliente ad acquistare vini abruzzesi, quale sarebbe la principale mossa? Cioè quale sarebbe la carta da giocare?
«Su alcuni vini abbiamo grandi carte da giocarci e torno a ripetere: il Cerasuolo, che è un prodotto identitario della nostra regione. Per questo noi ci puntiamo tanto. Il Pecorino idem, ma detto fra le righe, ci sono anche regioni limitrofe, vedi le Marche, che hanno il pecorino anche se noi siamo la regione che ne produce di più in Italia. Poi anche i nostri vitigni autoctoni minori, come Montonico, Cococciola e Passerina hanno delle loro carte da giocare».
Qual è il vantaggio competitivo per l’Abruzzo?
«L'unicità del prodotto che si trova sul mercato. Allora, in generale, un po’ i vini di tutta Italia sono unici, e per questo diciamo che il settore vitivinicolo italiano è fra più blasonati al mondo, perché noi produciamo 300 Doc tra la Sicilia e la Valle d’Aosta. Quindi 300 gusti diversi, 300 unicità per alcuni aspetti».
E quindi?
«Noi, nel panorama dei rosati, ci giochiamo l'unicità del Cerasuolo. Il Montepulciano non ha una peculiarità così spiccata come la può avere il Cerasuolo, però posso dire che è un vino invece estremamente versatile perché, comunque sia, è un vino che tu puoi bere a distanza di un anno come un vino diciamo così più fresco. O portartelo nel tempo e farlo diventare anche un vino da meditazione. Non tutti i vitigni e non tutte le denominazioni hanno questa versatilità. Pensiamo ai Baroli, pensiamo ai Brunelli e gli Amaroni, sono vini destinati per loro natura ad essere grandi vini. Chapeau. Però, ecco non hanno per esempio una bevibilità immediata, se non quel vitigno traslato in altre denominazioni, pensiamo appunto al Valpolicella rosso o al Ripasso, per poi arrivare all’Amarone».
E noi?
«Noi no. Noi possiamo dare un Montepulciano anche diciamo così d’annata, è un vino sicuramente più fresco, più immediato, oppure farlo affinare nei vari contenitori, che possono essere di legno o anche di altro materiale e avere un vino quasi da meditazione, da grande riserva. Quindi ritengo che questa versatilità in Italia sia quasi un’unicità» .
Come si affronta il tema dei dazi?
«Il 2025 non è un un'annata che possa tecnicamente comprovare i danni dei dazi, perché, lo abbiamo visto tutti noi, nei primi sei mesi 2025 tutti gli importatori americani, sapendo di questa spada di Damocle, hanno fatto il raddoppio delle scorte. Quindi nei primi sei mesi si sono caricati di vino, mentre nei secondi sei mesi si è registrato un forte rallentamento. Alla chiusura dell'anno possiamo dire, e parlo anche in prima persona, di aver chiuso in pareggio rispetto al 2024. La cartina di tornasole è invece sul 2026».
La Corte Suprema americana ha bocciato i dazi di Trump.
«Se restano, per noi sono sempre un problema e vediamo realmente come regge il mercato. Nell'ipotesi fosse tutto confermato, possiamo realmente vedere come si comportano l'importatore e il mercato. Se non verranno confermati, per noi ovviamente è una notizia positiva».
In che misura la guerra in Iran, con il conseguente rincaro dei prezzi del carburante, può incidere sull'economia del vino?
«Tantissimo. Neanche tre giorni dopo la guerra in Iran con il problema del petrolio ho ricevuto un fax del fornitore di cartoni, che mi comunicava l’aumento dei cartoni, seguito da un fax del fornitore di bottiglie, con aumento del prezzo delle bottiglie. Perché è ovvio, noi siamo una nazione che dal punto di vista energetico sta a zero. Al di là delle stronzate, sono favorevole al fotovoltaico sui tetti, mentre sono assolutamente contrario al fotovoltaico per terra, sotto qualsiasi forma. Perché noi non raggiungeremo mai l’autosufficienza energetica col fotovoltaico, però in compenso abbiamo distrutto quello che una volta era il Bel paese. Quindi, per carità, ben vengano scivoli massimi, agevolazioni per il fotovoltaico sui tetti, ma non bisogna distruggere il nostro patrimonio agricolo e visivo. Avere un agriturismo con le finestre che si affaccia su una vallata di pannelli fotovoltaici non è il massimo».
Non è uno scenario rassicurante, non crede?
«Siamo in una regione appunto con forte carenza energetica. Alla variazione, fosse pure di un centesimo, del costo del petrolio o del gas, tutto si riflette sulle materie prime, che per noi sono la bottiglia e tutto il materiale che serve per assemblare il nostro prodotto».
Un bel guaio.
«È un danno. Pensiamo al gasolio: oggi noi incominciamo con i trattamenti, con le lavorazioni in campo, dalla fresatura alla lavorazione dei terreni, e il gasolio è quasi raddoppiato. Quindi tecnicamente oggi il mio costo per ettaro, anche solo di gasolio, aumenta. I fertilizzanti sono bloccati, e quelli che ce li hanno oggi li sparano a prezzi folli perché ovviamente hanno una sorta di monopolio. Quindi, come in tutte queste circostanze, quando c'è una guerra, questa è la conseguenza. Oggi purtroppo il mondo è connesso, non esiste più l'autodeterminazione di un popolo. Siamo tutti collegati ed è ovvio che, se anche dall'altra parte del mondo si stacca un pezzetto, tutta la catena ne soffre».
A pagare alla fine chi è? Il fruitore, l'ultimo elemento della filiera, e cioè noi?
«Sì, questa sarebbe la conseguenza. Però c'è un altro problema, la classe povera aumenta, la fascia media sta scomparendo e noi a chi lo vendiamo questo vino?».
E come si risolve?
«Io produttore potrei fare il bravo contabile, applicare tutti gli aumenti che oggi pago e metterli sula bottiglia finale. Bene. E poi chi se lo compra il vino?».
Intravedo una soluzione, giusto?
«Quello che la gente non capisce è che per cercare di stare sul mercato, siamo noi produttori che oggi abbiamo ridotto al lumicino l’utile. Se fino a due anni fa, un prodotto che nasce dalla campagna aveva un ricarico del 25-30%, e quello era il mio margine, oggi quel margino è ridotto al 7-8% perché l'aumento del costo lo sta assorbendo l'azienda. Ma se ci capita l'imprevisto, si rompe per esempio un trattore – ed è un investimento non da 1.000 euro – con margini così ridotti non possiamo aumentare i prezzi e allora dobbiamo limare i nostri guadagni se vogliamo vendere il vino».
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