«No al populismo penale e ai giudici condizionati»

Il magistrato di Cassazione: «In provincia più rischi di apparire meno imparziali. L’Abruzzo? È tra le regioni da cui arrivano più ricorsi. Forse i tanti avvocati...»
PESCARA. Migliaia di pronunciamenti ogni anno, con i giudici chiamati ad esprimersi sia sui grandi casi di cronaca sia su piccole controversie: nelle aule di Cassazione sfilano le storie di chi resta impigliato in un processo penale o in una contesa civile. Con il rischio che, in una giostra di appelli e controappelli, la certezza del diritto appaia sempre più distante dai cittadini. Pasquale Fimiani, magistrato dal 1986, è stato pretore a Teramo e per anni in servizio a Pescara. Oggi è sostituto procuratore generale in Cassazione, un ruolo difficile e prestigioso.
Anche nel 2015 l'Abruzzo è stata tra la regioni con la più alta incidenza percentuale di ricorsi in Cassazione. C'è una spiegazione?
«E’ vero. Nel 2015 sono stati iscritti in Cassazione di media 48,7 ricorsi civili, ogni 100.000 abitanti residenti in Italia, ma ai primi posti vi sono Lazio, Molise e Abruzzo, con indice di ricorso rispettivamente pari a 93,6, 75,0 e 67,2. Nel penale, su un indice medio nazionale di 86,7, ogni 100.000 abitanti, l'Abruzzo si colloca al secondo posto con un indice 129,5 (seconda è la Liguria con un indice di 138,8). La posizione dell'Abruzzo ai vertici di queste statistiche è costante. Sarebbe interessante girare la questione ai sociologi. E forse riscontrare i dati con il numero di avvocati abruzzesi».
A proposito di Cassazione: le impugnazioni e i ricorsi sono sempre di più: non c'è il rischio che in questo modo i tempi delle risposte siano sempre più lunghi?
«Nel settore penale i processi in Cassazione si chiudono mediamente in 219 giorni, quindi ampiamente in linea con i parametri europei, nonostante l'alto numero di ricorsi (solo nel 2015 oltre 53.000). I tempi lunghi si registrano in primo e secondo grado. Il problema è il settore civile, con oltre 100.00 ricorsi pendenti ed un numero di definizioni annue inferiore, sia pur di poco, alle sopravvenienze (nel 2015, 26.199 rispetto a 29.966)».
Nel processo penale c'è il problema della prescrizione.
«Vero, molti processi arrivano in Cassazione al limite dei termini di prescrizione. Il processo penale andrebbe semplificato, rafforzando i riti alternativi e lasciando al dibattimento uno spazio residuale. Si dovrebbero poi sospendere i termini della prescrizione durante il processo».
Oggi si assiste ad impianti accusatori che vengono completamente demoliti nei vari gradi di giudizio. Come si spiega questo fenomeno?
«È fisiologico che nei vari gradi di giudizio vi possano essere valutazioni diverse e questo è una garanzia per l'imputato. Il processo penale è oggi più complesso rispetto al passato non solo per la novità e particolarità di molte questioni che un mondo in continuo divenire pone con sempre maggiore frequenza, ma anche per la pluralità di prove scientifiche che possono entrarvi e della conseguente varietà di elementi con cui il giudice si deve confrontare».
Le sentenze spesso sono fonte di vivaci polemiche. Quali sono le conseguenze?
«La motivazione della sentenza costituisce l'essenza della legittimazione del giudice ed è giusto discuterla. Il problema sono i processi mediatici e quello che il Santo Padre chiama "populismo penale": fenomeni che danno una visione distorta delle vicende processuali. Ritorna poi, ciclicamente, l'antica abitudine di difendersi dal processo e non nel processo. Come giorni fa ha detto il presidente della Cassazione «delegittimare un potere dello Stato con parole offensive e denigratorie fa molto male alla nostra democrazia».
Lei si occupa anche della materia disciplinare dei magistrati. Esiste un problema di terzietà del giudice?
«Non ritengo che in magistratura esista una questione morale. Vi sono dei casi limitati di illegalità. Il vice presidente del Csm Giovanni Legnini ha recentemente evidenziato che “l'ordine giudiziario italiano dispone di formidabili anticorpi per sgomberare qualunque zona di opacità anche al proprio interno" ed è un'affermazione che condivido. Basti pensare al sistema di progressione di carriera, che prevede controlli ogni quattro anni ed alla temporaneità degli uffici direttivi. Inoltre il sistema disciplinare introdotto dalla riforma Castelli del 2006 ha dato buona prova di sé, pur necessitando di qualche correttivo».
Ma in provincia esiste anche un problema di apparenza di terzietà?
«È innegabile che in provincia sia maggiore il rischio che un magistrato possa, anche inconsapevolmente, apparire non imparziale, in ragione dei suoi rapporti o delle sue frequentazioni. In una metropoli il rischio è minore. Per questo sarei favorevole alla introduzione della temporaneità di sede nei centri medio-piccoli ed alla rotazione delle funzioni su base regionale. Non è più pensabile che l'intera carriera di un magistrato possa svilupparsi per decenni sempre nella stessa città di provincia».
Gustavo Zagrebelsky recentemente ha scritto: la giustizia solo razionale può diventare un mostro assassino. È d'accordo?
«Giudicare significa applicare regole a fatti umani e, quindi, si fonda sul ragionamento logico, ma, in questa operazione, si fa continuo riferimento a valori e principi che riguardano i fondamenti della persona. Il punto di equilibrio tra questi due profili (logica e valori) è l'essenza del difficile compito del giudice».
Prima di arrivare in Cassazione per anni si è occupato di ambiente alla procura di Pescara. Si è occupato dell'inquinamento del fiume e del mare di Pescara. Cosa è stato accertato?
«Tra il 1999 ed il 2000 furono svolte da un nucleo interforze della polizia giudiziaria indagini a tappeto sugli scarichi abusivi nell'ultimo tratto del fiume Pescara e sulla situazione del mare antistante. I problemi di oggi (scarichi abusivi, effetto "tappo" della diga foranea e pericolo di inquinamento diffuso) erano già evidenti».
Che esito hanno avuto quelle indagini?
«Alcune, relative agli scarichi industriali (gli unici per i quali era prevista una sanzione penale) si conclusero con delle condanne. Per gli scarichi abusivi delle pubbliche fognature, gli atti furono trasmessi alle autorità amministrative competenti; la Regione poi emanò la legge numero 60/2001 che riduceva le sanzioni amministrative (previste da dieci milioni a cento milioni di lire) ad un ventesimo del minimo della sanzione prevista».
Nel 1997 fu sentito dalla commissione parlamentare di inchiesta sul ciclo dei rifiuti. Perché?
«Vi furono diverse indagini sullo smaltimento abusivo di rifiuti pericolosi provenienti dal nord Italia in varie zone della provincia di Pescara con segnali importanti di un interesse per l'Abruzzo delle cosiddette ecomafie. Il testo dell'audizione è reperibile sul sito della Camera; penso sia utile per capire certe dinamiche ancora attuali».
Nel 2000 ha lasciato la procura di Pescara, ma ha continuato ad occuparsi di ambiente e recentemente ha scritto un libro sui nuovi delitti ambientali. Perché a suo parere si è arrivati all'attuale situazione per il fiume ed il mare di Pescara?
«Non ho gli elementi per comprendere quanto la situazione sia grave, né ritengo opportuno parlare di specifiche responsabilità, anche se mi sembra evidente che il problema sia stato sottovalutato. Ma non bisogna più perdere tempo: se la questione non si affronta subito con decisione ed investimenti importanti è a rischio di definitiva compromissione lo stile di vita di una intera città. Pescara non lo merita».
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