«Noi in crisi anche a causa del “fango” su Ombrina»

5 Marzo 2016

La protesta dei lavoratori delle aziende petrolifere che rischiano il licenziamento Calabrese (Confindustria): conseguenze ancora più devastanti con il referendum

PESCARA. «Qui ci sono sedi delle più grandi compagnie mondiali del settore petrolifero, con standard di qualità elevati e competenze invidiate ovunque, ma gli investitori stanno scappando a causa del calo drastico del prezzo del greggio, per il “fango” che da un paio d'anni viene gettato sul settore petrolifero e anche per la campagna referendaria». Ernesto Marcheggiani, Rsu della Halliburton di Ortona, riassume le ragioni che hanno portato alla crisi del settore, con le società, presenti da decenni, costrette a licenziare.

Nell'immediato sono a rischio 200 posti di lavoro, ma il timore degli operatori è che i numeri a breve possano crescere drasticamente considerando l'indotto.

Per far sentire la loro voce, i lavoratori, insieme ai sindacati, hanno organizzato per domani la manifestazione in piazza Salotto (ore 11), a Pescara. L'obiettivo è di sensibilizzare l'opinione pubblica e, soprattutto, la Regione, «affinché sia parte attiva per tutelare i posti di lavoro».

Si tratta di un settore che ha circa 3mila occupati. Sono tre le società che hanno avviato le procedure di mobilità: la Halliburton, dove sono a rischio 48 lavoratori su 160; la Baker di Santa Teresa di Spoltore (a rischio in 100 su circa 160); la Weatherford di Ortona (37 su circa 200). A queste si aggiunge la Schlumberger di Santa Teresa di Spoltore, che ha già ridotto all'osso il personale. Società alle quali i grandi gruppi internazionali si appoggiano per attività perforative e produttive.

«Insieme al crollo del prezzo del petrolio», riprende Marcheggiani, «la campagna referendaria ha contribuito a metterci in cattiva luce con l'opinione pubblica. Si evita sempre di specificare che gran parte del lavoro, qui in Adriatico, è sul metano, mentre il petrolio rappresenta una minima percentuale. Il core business delle compagnie è comunque il petrolio e, di conseguenza, si fermano gli investimenti. A Regione e governo chiediamo di aprire uno stato di crisi del settore, mentre invitiamo i cittadini a conoscere una realtà che ha dato tanto negli ultimi 30-40 anni» .

«Fino a un paio di anni fa», spiega Ivano Calabrese, di Confindustria Chieti-Pescara, «il settore aveva raggiunto, considerando l'indotto complessivo, un migliaio di aziende e circa 6mila posti di lavoro. Oggi, solo per quanto riguarda l'indotto diretto, abbiamo perso 1.500 posti. A cascata ne risentirà tutta la filiera. Quando si lotta contro un settore criminalizzandolo queste sono le conseguenze. E il referendum», conclude Calabrese, «avrà effetti ancora più devastanti».

Lorenzo Dolce

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