Ospedale di comunità, si parte

La struttura commissariale pubblica le linee guida. Ecco come saranno organizzati
PESCARA. Continua atto dopo atto la riorganizzazione della rete ospedaliera regionale. Il 25 marzo è stato pubblicato sul Bura il decreto del commissario ad acta Luciano D’Alfonso con le linee guida per la realizzazione, al momento in via sperimentale, degli ospedali di comunità. In Abruzzo dovrebbero essere all’interno di cinque strutture (che potranno quindi erogare anche altri servizi): Casoli, Gissi, Tagliacozzo, Pescina e Guardiagrele, scelte perché saranno sedi di Pta, cioè di Presidi Territoriali di Assistenza H 24. Presidi organizzati attorno a nuove forme di collaborazione tra medici e pediatri di base.
Nelle intenzioni del legislatore si tratta di un modello organizzativo «alternativo all’ospedale tradizionale» e «a maggior valenza sanitaria territoriale». Quindi più vicino ai pazienti, o meglio, a un particolare tipo di pazienti. Quelli, si precisa nel decreto, «che non necessitano del ricovero ospedaliero ordinario per acuti ma che, nel contempo, non possono vedere risolti i loro problemi di salute a casa o in una struttura residenziale o semiresidenziale. Si tratta cioè, di pazienti «affetti da patologie cronico-degenerative associate a particolari e significative condizioni di rischio sociale», oppure che abbiano bisogno «di una continua sorveglianza medica ed un nursing infermieristico erogabili in regime extra ospedaliero».
La dotazione non è superiore a 15-20 posti letto. Sulla base delle esperienze ricavate in altre regioni, il decreto stima una degenza media intorno a 15-20 giorni.
L’èquipe deputata all’assistenza sarà costituita, come detto, «dai medici di medicina generale, compresa la continuità assistenziale, dai medici della pediatria di libera scelta, dai medici specialisti ed infermieri coordinati dal Responsabile sanitario della struttura». Per quanto riguarda la gestione e l’organizzazione, queste competono al distretto sanitario. Si arriva agli ospedali di comunità dal domicilio o dalle strutture residenziali, su proposta del medico di famiglia titolare della scelta, oppure dai reparti ospedalieri o direttamente dal pronto soccorso.
Per la Regione e il ministero che li ha previsti, l’obiettivo degli ospedali di comunità è molteplice: «Ridurre il disagio ambientale e la spersonalizzazione del ricovero ospedaliero; ridurre i rischi da ospedalizzazione e relativi costi umani e finanziari (infezioni, cadute, incontinenza, sindromi ipocinetiche, piaghe da decubito, ecc.); razionalizzare le risorse strutturali (recupero di immobili dismessi o sottoutilizzati), finanziarie (riduzione dei costi dei ricoveri ospedalieri), umane (riconversione, mantenimento di strutture sanitarie in zone disagiate o decentrate), occupazionali; favorire l'accesso e la collaborazione dei familiari e del volontariato; garantire maggiore continuità assistenziale attraverso la centralità del medico di base e le forme associative della medicina generale anche con la creazione di équipe territoriali che favoriscano la massima integrazione professionale e la maggior presenza sul territorio». Una sfida complessa che rovescia la stessa idea di ospedale ma anche la prassi professionale di figure come medici e pediatri di base.
Il fatto che l’avvio sia sperimentale non è un caso. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

