Palazzo Centi, la procura chiede le archiviazioni

Il pm Picuti: da parte di D’Alfonso e Ruffini nessuna interferenza indebita Sull’appalto solo «doverosi interessamenti derivanti dai compiti di ufficio»
L’AQUILA . Non ci furono «sollecitazioni sintomatiche di indebite interferenze», ma solo «doverosi interessamenti derivanti dai compiti di ufficio, di sorveglianza e di propulsione dell’azione amministrativa».
È la motivazione per la quale il pubblico ministero Fabio Picuti ha chiesto l’archiviazione del procedimento a carico del presidente della Regione, Luciano D’Alfonso, del suo ex segretario particolare, Claudio Ruffini, e di altri indagati finiti nell’inchiesta della Procura della Repubblica dell’Aquila sulla gara d’appalto per il consolidamento e il risanamento conservativo di Palazzo Centi, la sede aquilana di “rappresentanza” della Giunta regionale.
IL DOCUMENTO DEL PM. «Dall’esame complessivo delle telefonate intercettate, dei documenti di gara, delle dichiarazioni dei testi e della consulenza tecnica», scrive ancora il pubblico ministero Picuti nella richiesta di archiviazione, «non emerge alcun coinvolgimento o interessamento illecito del predetti indagati nella procedura in questione». E ancora: «A tale conclusione si giunge non solo sulla base della lettura complessiva e sistematica delle intercettazioni, ma anche dall’assenza di relazioni e di cointeressenze fra i due indagati, da un lato, e l’impresa vincitrice dell’appalto, le altre partecipanti e i progettisti, dall’altro. Non vi sono in tal senso fonti di prova di tipo dichiarativo. Le prove offerte, dunque», afferma il pm, «si riducono a mera interpretazione di telefonate di contenuto e tono che non sembrano supportare la tesi accusatoria delle pressioni indebite o delle intenzioni illecite. Pertanto, non può che sollecitarsi l’archiviazione».
Per il pubblico ministero, dunque, non vi sono elementi per chiedere il giudizio. Ora sarà il gip a decidere se condividere le motivazioni della Procura. E non è escluso che l’abbia già fatto.
PALAZZO CENTI. Agli indagati erano state contestate, a vario titolo e in base a posizioni ben diversificate, le ipotesi di reato di corruzione, turbativa d'asta, falso ideologico e abuso d'ufficio. L’inchiesta, che nel 2017 aveva sollevato un forte clamore, era stata poi suddivisa in 12 filoni con circa 30 indagati, ma molte delle posizioni sono già archiviate.
LA DITTA DI COSTRUZIONI. Uno dei filoni aveva riguardato la costruzione dello stadio di Teramo, avvenuta nel 2006. Sotto la lente d’ingrandimento della procura era finito, con Ruffini e l’ex dirigente del ministero dei Beni culturali, Berardino Di Vincenzo, anche Sabatino Cantagalli, titolare dell’omonima ditta edile e noto costruttore teramano. Anche in questo caso il pm Picuti, nella richiesta di archiviazione, ha evidenziato che «in relazione ai reati rubricati non si evidenziano adeguate fonti di prova».
L’ALTRA ARCHIVIAZIONE. Soltanto poche settimane fa, il gip dell’Aquila Giuseppe Romano Gargarella, su richiesta del procuratore Michele Renzo, ha archiviato un’altra inchiesta sempre a carico di D’Alfonso, quella relativa al fondaco di Penne su cui gravava un vincolo della Soprintendenza ai beni culturali che ne impediva la vendita.
Come emerso in atti il governatore, anche in quel caso, si era limitato a chiedere di velocizzare la riunione della commissione che doveva esaminare la pratica ferma da mesi sotto un faldone di altre richieste. Non ci fu alcuna pressione.

