Parla il giudice Aldo Aceto: «Quel bacio in procura mi ha cambiato la vita»

Dalla pretura a presidente di sezione penale della Corte di Cassazione Il magistrato si racconta: «Volevo fare il medico, poi ha vinto papà»
PESCARA
Aldo Aceto, 62 anni, pescarese, magistrato. È partito dalla pretura di Pescara e adesso è presidente di sezione penale della Corte di Cassazione. Tra le sue mani sono passati fascicoli difficili, da far venire rabbia e gastrite, compreso quello della discarica dei veleni di Bussi che tanti, prima di lui, avevano ignorato. Ma tra fare il giudice e fare il padre di 4 figli, «è più difficile fare il padre», dice Aceto, protagonista della sesta puntata di “8 Interviste al tramonto”, questa sera alle ore 20.20 su Rete8 (regia di Antonio D’Ottavio).
Al tramonto, un magistrato come lei cosa pensa?
«Per me, il tramonto chiude una giornata che inizia prima dell’alba perché io mi alzo sempre molto presto per lavorare, intorno alle tre e mezza del mattino più o meno».
Addirittura?
«Sì, sì, nella mia vita sin da ragazzo ho sempre preferito alzarmi presto che tirare tardi. Molti miei compagni di classe e molti miei colleghi studiavano e lavoravano dopo cena, sono nottambuli, fanno mezzanotte, l’una, io invece no, preferisco a un certo punto fermarmi. La sera ho sempre fatto così, 7.30, 8, dopodiché famiglia, cena e il momento di raccolta insieme tra televisione e chiacchiere».
Più che il mattino ha l’oro in bocca, diciamo che l’alba ha l’oro in bocca.
«Prima dell’alba, sì assolutamente sì».
Lei è produttivo sin da presto?
«Sì, per me quelle sono le ore migliori. Le ore migliori in cui ci sei tu e il silenzio che ti circonda: non c’è nient’altro, nient’altro».
E quanto è importante quel silenzio?
«Molto. Perché ti riconcentri, che poi le prime ore sono quelle dove hai più energia e poi perché ti aiuta a concentrarti, non ti distrai, non hai distrazione di sorta, nulla, non puoi sentire qualche cane che abbaia, qualche macchina che passa, non c’è telefono, non c’è Whatsapp, non c’è Facebook, non c’è nulla. Ci sei solo tu, la tua scrivania e il tuo computer per lavorare».
In quel momento si prendono le decisioni migliori?
«Ma diciamo che se ho qualcosa di particolarmente delicato, importante, che richiede una attenzione speciale, un particolare impegno, diciamo che allora io a quelle ore dedico questo tipo di lavoro».
Ogni meta, anche l’approdo alla Corte di Cassazione ha una partenza: mi racconta il suo primo esame all’università, alla facoltà di Giurisprudenza?
«Il mio primo esame è stato, se non ricordo male, il 29 e il 30 maggio del 1983 e fu l’esame di diritto privato, feci questo esame…».
Diritto privato, un esame ostico?
«Sì, ma guardi che poi l’università di allora era completamente diversa da quella di adesso: io lo vedo con le mie figlie. Cioè, noi quando ci iscrivevamo all’università a settembre-ottobre, poi gli esami li davi a maggio, almeno quando facevo Giurisprudenza a Teramo non c’era la possibilità degli esami semestrali all’epoca. Quindi, io decisi di fare, io ho sempre ragionato così, meglio affrontare subito le cose più difficili e poi quelle più facili, perché sei più fresco e, quindi, feci subito questo esame di diritto privato, poi ne feci altri tre, ma quello che ricordo che accadde è che il giorno prima, mentre oggi si fa tutto online, all’epoca no, io mi sono recato alla segreteria della facoltà, partendo da Pescara con la macchina di papà, una 125 Special, e lì ebbi la sorpresa che risultava non pagata, non si sa per quale motivo, una rata delle tasse e dunque non avrei potuto fare l’esame il giorno dopo. Allora, insomma, chiesi come fare e come non fare, perché mi sembrava strano, ma era possibile, era potuto accadere, è colpa mia, forse non me lo ricordo, e quello mi disse: “Guardi non si preoccupi, se lei fa il versamento alle poste col bollettino entro oggi, ce lo porta domani mattina e lei può fare l’esame”. Io quindi preoccupato, durante il ritorno, non è come adesso – adesso c’è la Teramo-Mare che all’epoca era per noi un sogno –, a un incrocio non rispettai il semaforo e feci un incidente che distrussi la macchina di papà, questo il giorno prima dell'esame di diritto privato».
Un inizio bruttissimo.
«Però, poi, per fortuna è andata bene: 30 e lode».
Ma quando si è laureato, ci pensava che magari un giorno sarebbe diventato giudice di Cassazione?
«No, no. Io veramente all’inizio non pensavo nemmeno di fare il magistrato. Pensavo di fare l’avvocato. Però il mio professore di diritto penale, Vincenzo Scordamaglia, mi disse, quando feci l’esame con lui, conclusi l'esame, mi disse: “Senta, ma lei da grande che vuole fare?”. Beh, io gli dissi: l’avvocato? Mi guardò e disse: “Lei deve fare il magistrato”».
Una battuta che le ha cambiato la vita?
«All’epoca, lui era sostituto procuratore generale alla Corte di Cassazione: mi colpì».
Quando lei è approdato in Cassazione all’apice della carriera, cosa ha detto a se stesso?
«La prima cosa che ho pensato è che era un qualcosa che sentivo che doveva accadere da tempo. Mi sentivo che alla fine il mio destino era quello. E quando ci sono arrivato, ci sono arrivato con molta umiltà. Io ricordo i primi tempi, non nascondo, avevo persino difficoltà a scrivere le sentenze, perché mi dicevo: “Ma tu stai scrivendo una sentenza della Corte di Cassazione, ma tu ti rendi conto?”».
Una celebre canzone di Caterina Caselli dice «Nessuno mi può giudicare», lei invece ha questo potere: quanta responsabilità sente un giudice nel prendere una decisione che potenzialmente può cambiare la vita di una persona?
«Ho attraversato quasi tutte le fasi, ho fatto il pubblico ministero per tanti anni, poi ho fatto il giudice civile e penale, ho fatto anche il giudice in appello però civile non penale e quindi ho attraversato tutte queste fasi. La diversità del giudizio di Cassazione, sa qual è? È che è un ambiente più ovattato, cioè la vita, la vita vera, la faccia degli imputati, la faccia dei testimoni, la faccia delle vittime spariscono dal tuo orizzonte. Non li vedi, non li senti. Lì è un discorso che si svolge tra te che sei in Cassazione, il procuratore generale e il difensore. E allora tu puoi solo capire cosa c'è dietro certe vicende, dipende poi da come ti viene prospettata la causa, dall'avvocato, dal procuratore generale».
È una visione più distaccata?
«È una visione molto più distaccata perché la Corte di Cassazione non condanna e non assolve. La Corte di Cassazione ha il compito di certificare la qualità del prodotto, il prodotto è la sentenza. Da noi, sede penale, si dice che l'imputato non è più l'uomo, ma la sentenza, perché il difensore attacca la sentenza, che è sbagliata, è viziata, è fatta male, per tutta una serie di motivi. Quindi, noi dobbiamo ricostruire questo passaggio e validare la sentenza».
Voi siete il controllo qualità della giustizia, insomma?
«Siamo quelli che imprimono il sigillo finale. Ecco perché io dico, la vita sì però a noi arriva sotto una griglia un po' più fredda, che è quella dell'applicazione pura, diciamo così, del diritto».
Ma quando si prende una decisione importante, questo glielo chiedo da uomo di giustizia, si ha paura di sbagliare?
«E come no?».
E come si convive con questa paura?
«Purtroppo, questo mestiere qualcuno lo deve pur fare. Cioè, cerchiamo un attimo di sgombrare il dubbio. “Nessuno mi può giudicare”, no? Ma noi in realtà il giudice non giudica, non in quel senso lì di atto di condanna quasi morale, no? “Ti giudico bene, ti giudico male”: noi applichiamo la legge. Applichiamo la legge. Quindi, a noi interessa conoscere il fatto in tutte le sfaccettature possibili e immaginabili, conoscerne l’autore e poi applicare le norme. Quello che vince nel processo penale è il dubbio. Quello che vince nel processo penale è l’incertezza. L’imputato non deve dimostrare in sede penale di essere innocente, ma deve dimostrare che l’accusa è aperta al ragionevole dubbio della spiegazione alternativa, del contrario. Quando arriva da noi una sentenza, quello che noi dobbiamo accertare è se il giudice ha veramente percorso tutte le strade possibili e immaginabili. E se ne ha scartata qualcuna oppure no. Se il dubbio che ci viene sottoposto dall’imputato, dal difensore dell'imputato, è ragionevole oppure no. Poi, è chiaro che anche in Cassazione la giustizia è un fatto umano. È fatta da uomini per uomini, preferisco dire dalle persone per le persone».
Nelle aule di giustizia campeggia la scritta «La legge è uguale per tutti»: davanti a questa frase, cosa pensa?
«È importantissima e noi tutti dobbiamo lavorare perché sia davvero così, sotto il profilo formale, ma anche sotto il profilo sostanziale. Il vero principio di uguaglianza comincia già davanti al pubblico ministero. Perché, davanti al giudice, è facile dire “la legge è uguale per tutti”, ma ci devi arrivare davanti al giudice. E allora bisogna fare in modo che nell’esercizio dell’azione penale, nel fare le indagini preliminari, il pubblico ministero sia libero di applicare la legge in maniera oggettiva, senza guardare in faccia a nessuno, senza favoritismi, senza guardare appartenenze, senza guardare i cognomi, senza guardare le religioni, senza guardare le fedi politiche, le fedi calcistiche. Niente. La legge in Italia, noi abbiamo una Costituzione che lo dice chiaro, chiaro, tondo, tondo: l’azione penale è obbligatoria perché è il precipitato del principio dell’uguaglianza sostanziale di tutti davanti alla legge».
L’ultimo referendum sulla giustizia ha sancito il fatto che agli italiani quella Costituzione piace: lei è sollevato da quel voto?
«Io mi sono dato da fare perché vincesse il no. Questa è una Costituzione che ci è stata consegnata da persone che hanno vissuto sulla loro pelle che cosa vuol dire il fascismo. Il fascismo, il totalitarismo, la dittatura. Ci hanno consegnato uno strumento, uno scudo a tutela del rischio che possa tornare o si possa ricadere in situazioni non identiche ovviamente, ma molto simili. Teniamocela stretta: io non la cambierei mai questa Costituzione. Non in nome dell’efficienza».
Quel no che è arrivato dai cittadini con una forza abbastanza dirompente, che messaggio lascia alla politica?
«Lasciate in pace la Costituzione. La Costituzione va implementata semmai, non modificata. Io l’ho detto durante la campagna referendaria e lo ribadisco. Noi siamo usciti dal dopoguerra come eravamo con questa Costituzione. Con questa forma di governo. Quando si dice la stabilità… ma guardate il governo Meloni, quanti anni è durato? Con questa Costituzione. Senza premierati, senza niente di niente. In Inghilterra, che è portata come esempio di stabilità politica come esempio, sono cambiati credo sette governi in dieci anni. Quindi, voglio dire, se si vuole, si può».
Lei si è schierato da una parte. Non ha avuto paura che prendere parte poteva creare una ripercussione negativa sulla sua carriera?
«Io non ho mai partecipato a eventi politici, sono sempre stato contrario, ma qua si trattava di difendere la Costituzione così com’era. E quando si tratta di difendere la Costituzione io non sto né a destra, né a sinistra, né al centro, né niente. Io sto dalla parte della Costituzione repubblicana: è la carta sulla quale io ho giurato. È per la quale io lavoro e vivo ogni minuto e momento della mia vita. Personale e soprattutto professionale».
La magistratura le ha dato tanto?
«Eh sì».
Anche l’amore della sua vita?
«Eh sì».
E com’è cominciata questa storia? Me lo racconta?
«Io l’avevo notata Francesca… Francesca, tutti mi dicevano “ma quant'è bella questa donna”, e io devo dire sì, però quello che avevo notato di lei era la sua straordinaria intelligenza. Per me, nei rapporti con l’altro sesso l’intelligenza è sempre stata un requisito fondamentale».
E poi com’è andata?
«Abbiamo cominciato così: lei mi chiedeva le mie opinioni sui suoi processi, “come la vedi tu, come la vedi tu...”, e niente. Poi, la sua enorme simpatia. Praticamente ci siamo ritrovati un giorno del mese di maggio di 26 anni fa e ci siamo baciati in ufficio. E là è cominciato tutto».
E da allora sono passati 26 anni?
«Sì, 26 anni. Devo dire che io ero sposato e lei era separata. Dopo due mesi ho detto alla mia ex moglie: “Guarda, mi sa che...”».
Aveva capito che quello era l’amore della sua vita?
«Sì. Per me è stato un periodo anche un po’ tragico, sia per mio figlio – all'epoca aveva 9 anni – sia perché non mi piace costruire la mia felicità sull’infelicità altrui. Ho cercato in tutti i modi di salvarlo il mio matrimonio, ma questo sentimento era troppo forte. Alla fine avrei dovuto vivere di finzione e avrebbe danneggiato sia la mia ex moglie che mio figlio».
Ci è voluto coraggio o spregiudicatezza?
«No, è la forza del sentimento. Quando il sentimento è fortissimo è come un fiume che va verso il mare: non si può arrestare. Che gli puoi fare? Gli puoi costruire una diga, ma prima o poi tracima».
E questi 26 anni come sono stati?
«Belli e troppo corti. Dannatamente troppo corti. Molto intensi. Con Francesca, a parte questo grande amore, c’è stata anche la conoscenza approfondita di mio suocero Valfrido, storico preside del liceo da Vinci di Pescara, che ha lasciato in me un vuoto incolmabile».
Prima mi parlava dei figli: è più difficile essere giudice o essere padre?
«Padre. Padre, tutta la vita: è difficilissimo. Sono padre di tre femmine che mi si “intortano” come vogliono».
È quasi scontato.
«Sì, sono soccombente! Non posso che arrendermi, alla fine ottengono sempre quello che vogliono».
Si sente un buon padre?
«Io ce la metto tutta, poi starà a loro dirlo».
Si dice «io sono un buon padre», ma come si fa a esserlo?
«Intanto, nei confronti di mio figlio Francesco mi porto dietro un grandissimo senso di colpa, perché gli ho tolto a 9 anni l’immagine della famiglia com’era. Ci è voluto molto per ricostruire ma, alla fine, siamo riusciti – ed ecco l’intelligenza di Francesca, la sua bravura – a creare una famiglia allargata in cui ciascuno si sente parte del gruppo. Loro cinque sono uniti in una maniera incredibile. Poi, il buon padre non è quello che dice sempre di sì: è anche quello che ha il coraggio di dire no. E di questi tempi non è semplice dire di no, però ci sono dei no che aiutano a crescere. Dal mio punto di vista professionale, forse qualche no detto al momento giusto avrebbe evitato a certe persone tanti processi e tante condanne».
C’è una cosa che suo padre le diceva sempre?
«Sì: “Fai il pubblico ministero”. Mi diceva sempre: “Tu devi fare il pm”. E io: no, io farò il medico. “No, tu devi fare il pm”. Alla fine ha vinto lui».
E quanto è orgoglioso suo padre adesso che lei è arrivato in Cassazione?
«Moltissimo, moltissimo: papà è incontenibile».
Dall’alto del suo incarico, come vede la società? Dove sta andando?
«Male, secondo me. Basta guardarsi intorno. Riallacciandomi al discorso sulla Costituzione, stiamo passando da una società dei valori a una società degli interessi, dove tutto è negoziabile e relativo. Qualunque decisione viene presa in funzione dell’economia e del risultato economico. Parliamoci chiaro: ormai, i grandi partiti che portavano ideali non ci sono più e quegli ideali sono morti e persi. La politica oggi ragiona in termini di economia, ma i valori che fine fanno?».
Manca quell’esempio di cui parlava prima?
«Esatto. Non voglio giudicare, perché certe cose possono accadere in qualunque famiglia. Però, quando vedo certe situazioni mi domando: i genitori dove sono? Che tipo di attenzione danno? Fare il genitore comporta un sacrificio: vuol dire dedicare tempo ai figli, parlarci e capirli. Oggi invece siamo presi da tremila cose e appaltiamo la loro educazione ai social e ai media. E nemmeno la scuola funziona più bene: sembra quasi un parcheggio».
Di fronte a queste cose, lei come magistrato cosa prova?
«Mi viene una rabbia, ma me la devo tenere. Sa quanti bocconi amari si ingoiano? Purtroppo, arriva la gastrite. Questo è un mestiere che, per chi lo sente davvero, non ti aiuta».
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