Piace l’agricoltura sostenibile Oggi un ettaro su dieci è “verde”

16 Ottobre 2016

Unione europea e Regione premiano le imprese che producono senza chimica. In Abruzzo negli ultimi due anni altre 350 aziende hanno cambiato regime, nonostante i maggiori costi di produzione

PESCARA. Anche in Abruzzo l'agricoltura bio piace e attira nuovi adepti, non solo consumatori ma anche imprenditori del comparto. Negli ultimi due anni, lo scorso e quello in corso, oltre 350 aziende sono entrate ex novo nel più sostenibile regime green. Un dato eccezionale per una regione piccola come l'Abruzzo, che all'agricoltura pulita destina attualmente quasi il 10% della superficie agricola coltivabile complessiva. Un po’ meno di trentamila ettari - 27.665, informano dall' assessorato regionale - ufficio politiche di sostegno alla conversione e mantenimento della bioagricoltura- di cui il 60% risulta coltivato a cereali e foraggere (pascolo), 13% a vigneto, 9,2% oliveto, tutto il restante a ortaggi.

Un mix specchio di una realtà agricola non specializzata, che conta il numero maggiore di aziende bio nel Chietino (circa 700 col settore viticolo in testa), seguito dal Teramano (sopra le 400 concentrate prevalentemente in Val Vibrata e Val Vomano), Pescarese e Aquilano (per lo più ortaggi del Fucino). L'incoraggiante segnale di crescita è un effetto positivo dell'avvio del nuovo Piano di sviluppo rurale che dà la possibilità di accedere a finanziamenti comunitari ad hoc, misure specifiche per i giovani imprenditori agricoli fino a 41 anni di età, e nuove misure per avviare l'attività (info dettagliate su www.regioneabruzzo.it).

Trenta milioni di euro in 5 anni, di cui 7 erogati già da quest'anno, sono un impegno importante che incentiva l'ingresso nelle pratiche biologiche ed ecocompatibili in agricoltura. Inoltre, e per la prima volta, il nuovo Psr premia i pastori di montagna che pascolano le greggi su prati bio, con 130 euro per ettaro di pascolo. «Oltre ai vantaggi economici previsti dalle politiche comunitarie, va riconosciuta la maggiore qualità delle produzioni, la minore presenza di inquinanti e residui chimici nell'ambiente e l'utilizzo più razionale dell'acqua. L'agricoltura bio conviene sotto diversi punti di vista» commenta Franco La Civita, dirigente responsabile dell'ufficio competente in assessorato. Lo scetticismo a volte diffuso anche tra gli stessi operatori è spesso dovuto ai costi di gestione, spiega il dirigente. Abbracciare l'agricoltura bio lascia pochi margini di libertà, si tratta di rispettare i disciplinari e la gestione è onerosa. Tanto per esemplificare, la concimazione di un oliveto con 50 piante arriva a costare 350 euro col metodo bio meno inquinante, contro un centinaio di euro con il più tradizionale intervento a base di potassio, fosforo e azoto. Inoltre, il costo fisso di partenza nel sistema biologico è di almeno 800 euro l'anno per il controllo svolto dall'ente certificatore accreditato. In Abruzzo gli organismi preposti, in ordine di importanza rispetto al numero di aziende controllate, sono: Icea, Ccpb, Suolo e Salute, Bioagricert, Codex, QC srl, Ecogruppo Italia srl, Sidel spa. «Il nostro ufficio» continua La Civita «vigila sugli enti valutatori e annualmente facciamo le verifiche. Per dare maggiore garanzia abbiamo perfezionato il nostro ruolo con accertamenti a campione, d'accordo con Icq, un modo per evitare ogni dubbio sulla conformità. In Abruzzo le segnalazioni di mancato rispetto dei disciplinari sono bassissime. Trattandosi di piccole aziende spesso interamente in regime bio, non ci sono intromissioni di concimi e altri prodotti di tipo convenzionale, gli agricoltori si attengono al rispetto delle norme». Per le aziende in conversione da agricoltura convenzionale a quella biologica il passaggio richiede normalmente tre anni, ma è possibile anticipare di sei mesi il percorso (e la certificazione finale dei prodotti) con i controlli da parte dei valutatori della struttura regionale. «Sul problema del falso biologico non serve generalizzare» raccomandano i funzionari della Regione, Rocco Antonio Zinni e Antonio Riccitelli. «I casi smascherati di truffa, come l'inchiesta mandata di recente in onda da Report sulla frode per grano e pasta biologica, danneggiano i piccoli produttori regolarmente controllati e che con fatica portano avanti la loro scelta. L'imbroglio è dei grandi importatori che acquistano il prodotto dalla Romania. Tutto questo fa abbassare i prezzi del grano e deprime il mercato». «Per contro» fa notare Nicola Madonna, direttore Suolo e Salute per Abruzzo e Molise, «è proprio grazie al marchio di qualità bio che produzioni minori come i cereali antichi, farro, solina, saragolla in chicchi, farina o trasformati, vedono rivalutato il valore di mercato».

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